Sono l’altro effetto della pandemia, le vittime della crisi di cui meno si parla. Sono i lavoratori in nero, quelli del cosiddetto “mondo sommerso”, che è una realtà di tutte le società di capitalismo avanzato ma che in Italia, nel Mezzogiorno, ha una sua particolare connotazione. “È la forte presenza di un’economia di carattere criminale che rappresenta una buona fetta di reddito per certi settori sociali, e che spesso addirittura costituisce l’unica fonte di lavoro in alcuni territori” spiega l’economista Rosario Patalano, professore di Storia del pensiero economico all’Università di Napoli Federico II.

“Il problema – aggiunge – non è quello che accadrà dopo la pandemia, perché è ovvio che ci sarà una ripresa così come accade dopo una guerra, la tragedia si consuma in questi giorni di emergenza, quando per queste fasce di lavoratori non è previsto alcun sostegno, se non quello già stabilito del reddito di cittadinanza, che almeno rappresenta un sollievo per chi si trova su questa fascia marginale del mercato del lavoro. Ma come è noto non tutti accedono a questa forma di reddito per varie ragioni. Il livello di sofferenza economica per i lavoratori sommersi, quindi, aumenta in questo periodo di emergenza aggiungendo tragedia a tragedia”.

E allora cosa fare? “Gli ultimi governi Gentiloni e Conte, seppur in modo diverso, hanno adottato misure di contrasto alla povertà nella forma di redditi minimi garantiti, che elevano il salario minimo e che quindi disincentivano l’offerta di lavoro nero. Tuttavia bisognerebbe agire anche dal lato della domanda attuando provvedimenti fiscali a vantaggio dell’emersione, per esempio attribuendo alla fiscalità generale gran parte degli oneri sociali che rendono elevato il costo del lavoro legale. Prima della pandemia qualche timido passo in questa direzione si era fatto, ma sempre entro i limiti stringenti imposti dal nostro elevato debito pubblico”.

Poi è arrivato il Covid-19, il temuto virus che ha scatenato una crisi non solo sanitaria, imponendo degli stop a cui, quando il pericolo sarà cessato, dovranno seguire nuovi progetti. E il rilancio del Sud, come in una sorta di piano Marshall, non potrà prescindere da politiche di emersione. “La pandemia – sottolinea Patalano – può essere un’occasione per cambiare la mentalità neo liberista che è stata egemone negli ultimi decenni. La crisi sanitaria ha restituito un ruolo centrale allo Stato che potrà di nuovo svolgere una funzione di indirizzo economico, così come è accaduto dopo la Seconda guerra mondiale. In questo ambito è possibile concepire piani di rilancio dell’economia attraverso la spesa pubblica che possono in parte mitigare la piaga del lavoro nero”.

Una piaga, già. Ma quali ne sono state le cause: amministrative o fiscali? “Direi – commenta il professor Patalano – che sono di carattere fiscale per il sommerso che possiamo definire lecito, cioè impegnato a produrre beni e servizi legali, ma non dobbiamo dimenticare che una parte del sommerso, rilevante in alcuni territori, è costituito da attività criminali (come lo spaccio di droga) o da investimenti effettuati con denaro riciclato. Il denaro non ha odore, molto spesso ignoriamo che esiste un’economia criminale che ha un suo ruolo sociale”. È la zona grigia, quella “in cui prevale una concezione del lavoro che appartiene al 19esimo secolo più che al moderno capitalismo”, spiega l’economista. In ogni caso nel Sud il sommerso è una filiera con effetti che non si possono ignorare.

Sono tutti negativi? “Senz’altro negativi per il fisco – afferma Patalano – ma soprattutto per le condizioni di lavoro, per l’alto livello di sfruttamento della manodopera al di fuori di ogni controllo legale e sindacale, tuttavia non dobbiamo dimenticare che il lavoro irregolare rappresenta spesso l’unica possibilità di ottenere un reddito e non dobbiamo dimenticare il ruolo positivo che la filiera di lavoratori sommersi e irregolari (dalla vendita di tabacchi di contrabbando, ai servizi alla persona) ha tradizionalmente esercitato per certi settori sociali marginali. La cosiddetta “economia del vicolo””.