Il PD solleciti la coalizione ad abbandonare demagogiche fughe in avanti
Campo largo, su Ucraina e difesa europea basta ambiguità e reticenza
Nella notte di ieri Kyiv ha subito uno dei più feroci bombardamenti perpetrati dai russi. Sotto quelle bombe 17 cittadini inermi hanno perso la vita e parecchie decine sono cadute ferite gravemente. È soltanto il più recente drammatico atto dell’aggressione di Putin all’Ucraina che si protrae da quattro anni con un carico enorme di vittime, ucraine e russe.
Colpisce che nessuno ieri ne abbia fatto riferimento nel dibattito parlamentare sullo scostamento di bilancio, che riguarda anche gli investimenti per la difesa e la sicurezza. Non solo, ma quel dibattito è stato accompagnato da dichiarazioni – di Conte e di altri esponenti del campo largo – nelle quali si è sostenuta la sospensione degli aiuti militari all’Ucraina per sostituirla con un’azione diplomatica volta a fermare la guerra. Una posizione apparentemente «ragionevole», ma in realtà così formulata priva di reale fondamento. Sì, perché un’azione di mediazione diplomatica richiede per essere esperita che le parti in conflitto siano in condizioni equilibrate di rapporti di forza. È ben evidente che cessare gli aiuti militari all’Ucraina ne riduce la capacità di difesa e concede alla Russia di poter aggredire l’Ucraina ancor più ferocemente. Oltre al fatto che non si può ignorare che Putin ha più volte ribadito che la Russia può sottoscrivere un accordo di pace soltanto se trasferisce il Donbass alla Russia, con una mutilazione della integrità territoriale che Kyiv legittimamente rifiuta.
Quel che preoccupa ancor di più è che la proposta di bloccare gli aiuti all’Ucraina si accompagni al rifiuto di considerare la difesa e la sicurezza europea come una priorità. E per dare «nobiltà» a quel rifiuto si dice «sì investimenti per difesa europea, no a investimenti nazionali». Una contrapposizione priva di ragioni, ignorando che un sistema europeo di difesa – così come ogni missione di peacekeeping delle Nazioni Unite – è fondato sul conferimento di uomini, apparati e infrastrutture messi a disposizione dagli Stati membri. E se è così, quella contrapposizione è priva di fondamento essendo gli investimenti nazionali funzionali anche al sistema europeo di difesa. Questo non significa non agire per investimenti che diano corpo a politiche europee come prevedono gli strumenti EDIP e SAFE, predisposti dalla Commissione europea proprio per sostenere progetti pluri-paese finalizzati alla realizzazione di un sistema europeo di difesa. Ed è francamente incomprensibile che gli stessi che dicono perentoriamente «sì alla difesa europea, no a investimenti nazionali» rifiutino di accedere ai finanziamenti SAFE.
Non si pensi che siano questioni di dettaglio. Il posizionamento internazionale di un Paese ne definisce identità, ruolo e credibilità. Il sostegno all’Ucraina è la difesa di un Paese che sta combattendo per difendere la sua e la nostra libertà. Così come la capacità dell’Europa di dotarsi di un sistema di sicurezza e difesa è una delle condizioni necessarie per una effettiva autonomia strategica europea, tanto più necessaria di fronte alle scelte antieuropee dell’amministrazione Trump.
Una coalizione – tanto più con ambizione di guidare il Paese – non può essere ambigua o reticente su temi così rilevanti. Per questo devono preoccupare le dichiarazioni di queste ore di Conte, Bonelli, Fratoianni che rendono assai impervio giungere a una piattaforma di politica estera e alla stessa definizione di un programma comune. E ad essere sinceri preoccupa la minimizzazione che di quelle dichiarazioni ha fatto il gruppo dirigente del PD, con la sola eccezione dei suoi esponenti riformisti. Non mi sfugge il tentativo di contenere divaricazioni laceranti. E tuttavia non è mettendo la testa sotto la sabbia che si ricuce uno strappo potenzialmente esplosivo. Per questo è auspicabile che dal PD vengano scelte chiare, sollecitando tutta la coalizione ad abbandonare ambiguità, reticenze e demagogiche fughe in avanti.
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