La Cassazione ha detto di sì: la tortura in Italia esiste ed è legittima. Può essere applicata anche per pura vendetta, non solo per esigenze investigative (cosa che avviene assai spesso) o di sicurezza. E dunque Cesare Battisti deve restare in regime di isolamento nel carcere duro di Oristano, non rompere le scatole, accettare democraticamente la sua pena, rischiare la vita perchè costretto a un vitto non compatibile con le sue condizioni di salute, e perdipiù pagare 3000 euro di ammenda per avere osato chiedere l’applicazione della Costituzione. La Cassazione ha stabilito che né la Cassazione né la dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo hanno la prevalenza sulle leggi speciali italiane. Varate per altro, come leggi di emergenza, al tempo della lotta armata, prima che la lotta armata si concludesse, nel secolo scorso.

E’ così, niente da fare. Battisti sta scontando una pena all’ergastolo (sebbene in più occasioni la stessa Corte Costituzionale abbia messo in discussione la pena perenne) per alcuni reati gravissimi (omicidio) per i quali è stato condannato in contumacia (e con processi svolti in modo francamente assai discutibile e conclusi sulla base delle accuse dei pentiti) commessi circa 40 anni fa, quando alcuni dei giudici che oggi decidono su di lui non erano ancora nati o andavano alle elementari. Ha vissuto all’estero, latitante, per 37 anni, poi è stato arrestato dalla polizia boliviana e consegnato all’Italia. Per molti anni, prima le autorità francesi e poi quelle brasiliane, avevano negato l’estradizione perché avevano giudicato i processi italiani irregolari, e quindi irregolari le condanne. Battisti si è sempre dichiarato innocente, fino a quando è stato catturato. Poi, qualche mese dopo l’arresto – molto esibito dai ministri dei 5 Stelle e della lega che all’epoca governavano beatamente insieme, ispirati agli stessi principi giustizialisti che li spinsero a dichiarare ai giornalisti: «marcisca in carcere…» – Battisti rese invece un’ampia confessione davanti ai magistrati. La confessione ricostruì tutta la sua vicenda esattamente negli stessi termini nei quali l’avevano ricostruita le condanne.

Neanche un dettaglio diverso. In questo modo, a norma di legge, Battisti ottenne la possibilità di essere ammesso ai benefici carcerari e agli eventuali sconti di pena che non sono ammessi per i condannati non pentiti e non rei confessi. La confessione, però, finora non è servita a molto. Battisti ha chiesto che finisca l’isolamento e quindi di poter scontare la pena in un regime carcerario normale, ma gli hanno detto di no. Ha chiesto una alimentazione compatibile con le sue condizioni di salute, ma gli hanno detto di no. L’altro giorno ha iniziato uno sciopero della fame e delle medicine, per rivendicare i suoi diritti – cioè i diritti che spettano agli esseri umani e che spesso vengono riconosciuti anche ai viventi non umani – senza che nessuna autorità ne prendesse atto e ottenendo – come ha osservato Iuri Maria Prado proprio qui sul nostro giornale – contumelie e insulti da una buona parte del mondo politico, soprattutto da parte della destra garantista. (Garantista? diciamo così: garantista…).

Ora la Corte di Cassazione ha stabilito che le sue richieste sono contro la legge. E che Battisti può restare lì dov’è. Rivalutando in questo modo, e sdoganando, e dando valore giuridico alle dichiarazioni di Matteo Salvini delle quali abbiamo scritto poche righe fa: “Marcisca in carcere”. Nessuno può sperare che qualcuno si muova per difendere i diritti di questo detenuto, che da sempre è stato indicato, qui in Italia, come il male assoluto. Recentemente è stato scaricato, in modo un po’ goffo, anche dall’ex presidente Brasiliano Lula. Persino gli intellettuali italiani e francesi, che qualche anno fa avevano speso qualche parola a suo favore, e contro i processi sommari che si svolgevano in Italia degli anni ottanta, sono tutti spariti.

Ora però la Cassazione pone un problema che va oltre la stessa sorte di Battisti (il cui destino e la cui vita, comunque, non possono essere abbandonati al disinteresse generale): la legittimità di regimi carcerari che possono essere paragonati alla tortura. A me è capitato varie volte, per esempio, di discutere con alcuni magistrati “rigorosi” del 41 bis. Mi è successo di farlo anche con un monumento della magistratura come Giuseppe Pignatone, qualche anno fa. Pignatone mi ha detto: «Il 41 bis è solo un regime di sicurezza che serve a impedire che i capi della mafia (o del del terrorismo) continuino a dirigere le loro organizzazioni». Dunque, motivi di sicurezza. Di protezione della società.
Pignatone si è sempre rifiutato di chiamare il 41 bis “carcere duro” (cosa che invece fa, con una certa disinvoltura, il meno sofisticato Gratteri). Ecco, c’è qualcuno al mondo che può immaginate che ci sia il rischio che Battisti, dal carcere, diriga la lotta armata? Siccome non c’è, la teoria Pignatone ora svanisce. La Cassazione ha proclamato il diritto alla vendetta e alla ferocia.