Il doppio ciclone pandemia-Supermario sui partiti va in scena ormai ogni giorno. Li atterra e suscita, li scompone e ricompone. Grandi e interessanti movimenti. Più evidenti nell’area di centrosinistra che in quella di centrodestra che tiene unita con le pinze una coalizione al cui interno le cose stanno, anche qui, molto cambiando. Il Pd ha messo tutto in piazza e in dieci giorni ha digerito le dimissioni di Zingaretti e l’investitura plebiscitaria di Enrico Letta riportando il Partito democratico verso posizioni più centriste e riformiste. Leu è ormai la sigla vuota un ex contenitore. Persino +Europa partecipa alla roulette di dimissioni e micro-scissioni.

Chi invece è completamente scomparso dai radar mediatici sono Giuseppe Conte, il Movimento 5 Stelle e Beppe Grillo. «Giuseppe e Beppe – raccontano fonti 5 Stelle vicine all’ex premier – stanno lavorando pancia a terra al piano di Rifondazione del Movimento. Anche da un punto di vista comunicativo hanno chiesto di restare lontani in questa fase da taccuini e telecamere». Perché è una fase molto liquida. E perché, senza dubbio, l’arrivo di Letta al Nazareno li ha spiazzati e costretti a correttivi. Se il Pd di Zingaretti era nei piani di Conte la spalla sinistra su cui fondare l’alleanza di centrosinistra di cui lui medesimo sarebbe stato il candidato premier, il nuovo segretario ha radicalmente cambiato lo schema rispetto alla “fase Bettini”. Letta ha infatti tracciato un orizzonte di alleanze che va da Renzi, Calenda, Bonino fino a Leu. Questa “ampia coalizione” andrà poi a verificare una eventuale alleanza anche con i 5 Stelle. Ma la guida sarà saldamente del Pd. E del candidato premier Enrico Letta. Uno scenario nuovo. Che complica la Rifondazione di Grillo e Conte.

Le loro ultime tracce risalgono a tre settimane fa, due seggioline sulla sabbia davanti alla villa di Grillo a Marina di Bibbona, una foto scattata a distanza, Grillo parla, Conte ascolta. Giovedì sera scorso l’ex premier è stato avvistato, con auto di scorta, dalle parti del Parlamento. Si è saputo poi che era stato al gruppo Camera. Il Garante è un po’ più attivo, sui social. È dell’altro giorno un post in cui si rallegrava perché su giornali e tv non era comparsa neppure un’intervista. Due giorni fa ha giocato graficamente con i simboli di Pd e M5s declinandoli al 2050. Parola chiave, il futuro. Indizi sparsi di un Piano rifondativo ancora informe ma che, dicono i bene informati, “deve essere modificato per l’arrivo di Letta” e, a questo punto, “potrebbe identificarsi soprattutto nei due grandi temi cari a Beppe: la transizione ecologica e digitale”. Le due nuove bandiere fondative del Movimento, «verdi alla tedesca, cioè rigorosi ad esempio sui dossier economici e sicurezza, lasciando al Pd le questioni legate ai diritti e al sociale». Una gabbia che, per quanto appena accennata, potrebbe non andare bene al nuovo corso di Letta.

Vedremo. È ancora presto. La notizia certa è che Conte non presenterà l’atteso Piano entro questa settimana. Era stata fissata una scadenza, il 20 marzo. Si andrà molto oltre. “Almeno dopo Pasqua” dicono i bene informati che però mettono subito le mani avanti: «Con Grillo può essere tutto ma i tempi si allungano, sono cambiate tante cose in dieci giorni». Ha molto colpito l’enfasi con cui è stata commentata l’elezione di Letta. Conte, per esempio: «Nel suo discorso Letta ha indicato tanti obiettivi sui quali è assolutamente necessario il confronto e il comune impegno per il bene del paese». Di Maio ha flautato parole come «insieme possiamo raggiungere obiettivi importanti per l’Italia. Concentrati su transizione ecologica e 2050». Più in generale la relazione di Letta «garantisce il prosieguo dell’alleanza e del governo Draghi». Legislatura completa, elemento di grande rilevanza per gli eletti del Movimento. Un entusiasmo tale che quasi quasi Letta è sembrato il nuovo segretario dei 5 Stelle. Cosa che certamente non ha fatto piacere a Conte. I due si incontreranno. “Presto” ha detto Letta.

Parlando con i parlamentari 5 Stelle il suggerimento che arriva è di concentrarsi non tanto sul Piano (“il core business saranno green e digitale”) ma sulla ristrutturazione del partito. Perché è qui che ci sono i problemi. Molto più che sui temi, sullo spazio politico e sulle alleanze. Per quanto quello dei due Giuseppi sia un think tank a due quasi esclusivo, devono evitare “di presentare una proposta troppo rivoluzionaria e poco condivisa”. Il rischio è una montagna di critiche corrosive. Tra i punti dirimenti il limite del secondo mandato, eventuali eccezioni, i rapporti con la piattaforma Rousseau, il nodo degli espulsi che stanno affilando le armi con gli avvocati. E poi la legge elettorale: Conte era riuscito a convincere Zingaretti sulla necessità del proporzionale; adesso è arrivato Letta che però ha immaginato subito un sistema maggioritario.

Le coalizioni e i due blocchi. Questioni che sembrano secondarie di fronte a un progetto di Rifondazione di un movimento/partito che guarda alle sfide del futuro. E invece, come si dice, è proprio qui che casca l’asino. Nascono anche da qui i rinvii. Quello sul limite del secondo mandato è uno scontro generazionale: chi è al primo chiede ricambio e rinnovamento; chi è già al secondo, tutti i big, è invece diventato sostenitore dell’importanza dell’esperienza e della necessità di una classe dirigente formata. Sul campo. Altre dolenti note sono Rousseau e Davide Casaleggio. I parlamentari spingono per estromettere l’imprenditore dai 5 Stelle e creare una nuova piattaforma legata esclusivamente al partito/movimento. Grillo nicchia. Il punto è che lo statuto del Movimento e quello dell’Associazione Rousseau sono così intrecciati che l’era Conte non può partire senza un doppio voto sulla piattaforma. Un intreccio infernale che blocca. A meno di non voler mollare il Movimento e creare una cosa del tutto nuova. Ipotesi allo studio.

Risolti questi problemi, ci sarà da capire come funzionerà tra Di Maio e Conte. Sicuri che il primo accetterà di fare un passo di lato in favore del Professore? Di Maio è molto attivo in questo periodo. Con Franceschini e Giorgetti sono il tridente politico che fa da contraltare al tridente dei super tecnici, Draghi-Franco-Garofoli. La Farnesina è un luogo ideale, defilato, dove fare incontri e organizzare riunioni. Ora, ad esempio, l’oggetto degli incontri sono le circa 500 nomine a scadenza nelle prossime settimane. Siamo così sicuri che Di Maio lascerà spazio a Conte? E che Conte farà a sua volta la stessa scelta con Letta? L’alleanza Pd-M5s si è fatta improvvisamente troppo piccola e affollata. Specie se andremo a votare con un sistema maggioritario. «Con calma – invita il deputato 5 Stelle – intanto facciamoci questo anno di governo Draghi». Poi inizierà la campagna elettorale. Con o senza Draghi.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.