Le notizie di stampa a firma di autorevolissimi esponenti accademici e politici, che peraltro avevano assunto inizialmente responsabilità di governo nella squadra di Luigi de Magistris e inopportunamente allontanati, lasciano presagire un futuro inquietante per le casse comunali della città di Napoli alla luce del deficit di circa due miliardi e 700 milioni indicato nel rendiconto del 2019. La dichiarazione di dissesto, ai sensi dell’articolo 244 del Testo unico sull’ordinamento degli enti locali, non è un’opzione facoltativa, ma un obbligo di legge. Cioè, al verificarsi di determinate condizioni, si ha dissesto finanziario quando l’ente non è più in grado di assolvere alle funzioni e ai servizi indispensabili oppure quando esistono, nei confronti dell’ente locale, crediti liquidi ed esigibili di terzi ai quali non si possa far fronte.

Rilevata la situazione di obiettiva e complessa criticità in cui languono i conti del Comune già da molti anni, mi chiedo: come mai, il sindaco e gli amministratori non hanno ancora deliberato la dichiarazione di dissesto finanziario? Quali sono le motivazioni amministrative – o, peggio, di opportunità – che sottendono a questa irresponsabile miopia? La politica è un servizio che deve essere svolto nella piena assunzione di responsabilità nei confronti della comunità, non una strategia volta al raggiungimento di risultati meramente elettoralistici. Sono perfettamente consapevole della complessità di una scelta tanto gravosa, sicuramente non timida, avendola vissuta nella mia esperienza di assessore al Bilancio del Comune di Melito di Napoli, assumendomi l’onere di promuovere una “operazione verità” sul disastrato bilancio ereditato dalle amministrazioni precedenti.

In sede di salvaguardia degli equilibri di bilancio, nel non lontano 2018, erano emersi squilibri strutturali tali da non poter essere affrontati con gli strumenti ordinari previsti dall’ordinamento. Pertanto mi sono resa promotrice di un serio approfondimento delle criticità per addivenire a una scelta mirata ed efficace avvalendomi del supporto di autorevoli accademici napoletani. Inizialmente, avevo valutato la possibilità di un “piano di riequilibrio finanziario pluriennale”, la cosiddetta procedura di predissesto che, nel caso di specie, è risultato inadeguato in quanto non esistevano le condizioni finanziarie che consentissero la redazione di un piano di rientro “realmente” sostenibile, congruo e coerente e non venivano eliminate quelle patologie che avevano generato un tale stato di disavanzo.

Conseguentemente, ho dovuto affrontare una delle scelte più difficili che un amministratore si trova a dover vagliare, ovvero quella di proporre il dissesto finanziario, che pur muovendo dallo stesso presupposto di squilibrio finanziario, ha, nel sistema vigente, delle peculiarità procedurali e soprattutto una sua funzione propria ed essenziale. Ho ritenuto doveroso procedere, prescindendo da valutazioni di opportunità e di impopolarità, a un’azione strutturale a cui conseguisse un reale processo di risanamento economico-finanziario dell’ente e pertanto ho sottoposto alla commissione consiliare competente e successivamente al Consiglio comunale la delibera di dissesto. La dichiarazione di default di un ente locale produce effetti sul piano finanziario, politico e sociale sicuramente non trascurabili per nessuno dei livelli considerati e per nessuno degli attori coinvolti, tuttavia sottrarsi “colpevolmente” alla responsabilità politica di scelte impopolari ma necessarie per la prosperità delle future generazioni è di fatto “non fare politica”.

Di fronte alla tutela di un interesse pubblico così alto, decadano le pur comprensibili, ma non condivisibili, ragioni addotte da alcuni amministratori rispetto alla tutela di un qualsivoglia altro interesse. Nelle condizioni finanziarie in cui versa ormai da anni il Comune di Napoli, la scelta del dissesto finanziario, oltre che essere un obbligo di legge ineludibile, è un’opportunità, una chiave di svolta per la comunità. Non bisogna censurare la possibilità di una nuova vita finanziaria. Basta politiche di corto respiro, rimandare le possibilità di un risanamento in maniera irragionevole e senza garantire una reale continuità di esercizio, significa voler sottrarsi alle proprie responsabilità politiche e non perseguire il bene comune.