Giuseppe Conte non ne azzecca una e Beppe Grillo, collegato ieri in videoconferenza con il gruppo M5S a Montecitorio, lo prende in giro: «Vedo Conte, che è un gentleman, uno che non riesce a dare degli ultimatum, è uno dei più grandi specialisti di penultimatum mai visti». Il divieto di andare in Rai è stato un autogol andato di traverso ai pentastellati senza sortire alcun effetto negoziale. Ieri mentre il contestato leader del Movimento si trovava alla Camera, i vertici di viale Mazzini venivano ascoltati in Vigilanza.

«Sono molto soddisfatto delle nomine alle testate, che rispondono a criteri di equilibrio, pluralismo, completezza, obiettività, indipendenza», ha sottolineato l’ad Fuortes, elencando le norme alle quali si è attenuto e rispondendo esplicitamente alle accuse di Conte. Che appare sempre più in impasse, con la decisione di rimanere fuori dal servizio pubblico che non paga in termini di consenso: «All’inizio l’effetto-novità sembrava premiarlo, poi ha iniziato a perdere quota. Nell’ultima settimana il Movimento ha perso almeno mezzo punto e il trend è in calo», confida Antonio Noto al Riformista. Entro la settimana l’ex premier vuole mettere in votazione il nuovo organigramma del partito per rinsaldare la sella dopo aver tirato le redini. Si parla di trovare un ristoro per l’ex guardasigilli Alfonso Bonafede e per l’ex sindaca di Torino, Chiara Appendino. E di valorizzare la senatrice Alessandra Maiorino per le Politiche di genere e Gianni Girotto, presidente della Commissione Industria del Senato, per la Transizione ecologica.

È su questo tema che il garante Grillo è tornato a fare il giullare: «Quando sento Cingolani mi sciocco, ho paura di Cingolani, perché quando parla dice “stiamo facendo una comunità in 5 paesi, c’ho 1 miliardo di sovvenzioni dalla fondazione Rockfeller, coso mi dà 1 miliardo, quell’altro un altro miliardo, stiamo parlando con Mas di fare una grande centrale su Plutone con energia fossile”… la scienza dice una cosa, poi l’applicazione è un’altra cosa». E poi ha collocato il suo ruolo nel contesto del nuovo equilibrio di vertice: «Io non sono più “l’Elevato” ma il “gran custode” dei grandi valori», ha detto, recuperando i toni da show. Ed è sembrato aver voglia di scherzare anche Conte, che in un corridoio della Camera ha incrociato il capogruppo di Leu in commissione Bilancio, Vasco Errani: «Abbiamo posto il veto. Fermatelo non fatelo passare». E giù risate. Ma il nodo del relatore – il M5S ha “rigettato” Errani, individuato da Pd e Leu – deve essere sciolto in settimana con quella che Conte prospetta come una «soluzione equilibrata per tutti».

E a più miti consigli l’avvocato del popolo viene riportato sulla Rai: messo alle strette dai suoi, Conte è costretto alla capriola. E precisa di non aver preso alcuna decisione definitiva: «Era per chiarire le posizioni», ha precisato ieri. Rocco Casalino ha avuto due parti in commedia: ha prima suggerito l’idea dell’autocensura e poi si è schierato con Grillo, facendo cadere il niet. Lo spin doctor-ombra di Conte da una decina di giorni si fa vedere molto meno con lui. «Al Senato Conte si è chiuso per quattro ore e mezza in uno studio da solo, senza Casalino», ci informa una fonte interna. Mai successo prima. D’altronde a Palazzo Madama lo spin doctor si vede sempre meno. E per una ragione precisa: Casalino sta lavorando per Michele Gubitosa, il neo vice presidente del Movimento, potente e facoltoso deputato irpino. «Da quando ha iniziato questa collaborazione, Gubitosa è andato in tv molto più degli altri», ci spiegano dal gruppo alla Camera. Insorgono gli altri vice, e soprattutto protesta Vincenzo Spadafora. Aveva appena fatto uscire il libro, la rottura con la Rai gli è costato l’annullamento di diverse presentazioni, tra cui una già messa in agenda da Lucia Annunziata. E ci fanno notare che agenzie e testate sono sommerse di veline, come ai vecchi tempi di Conte a Palazzo Chigi, stavolta focalizzate sull’imprenditore avellinese che ha reclutato Casalino: «Il nuovo corso del Movimento ha il volto di Michele Gubitosa», è il titolo della velina.

«È pur sempre un’espressione di Conte», ci fa notare un deputato pentastellato. Sarà, ma che succederebbe se Luigi Di Maio, che non sta sbagliando un colpo in questa sua campagna di reconquista, si alleasse con Vincenzo Spadafora e con lo stesso Gubitosa? La super corrente dei “campani” prevarrebbe su qualsiasi altra ipotesi di maggioranza. E non lascerebbe spazio a quell’opposizione interna che ieri Virginia Raggi ha provato a rivendicare per una area di peso nazionale dei romani, da costruirsi in chiave anti-Taverna (contiana) insieme con Alessandro Di Battista. Ma è proprio dalla Campania che potrebbero invece arrivare nuove grane, e non da poco. Il procedimento giudiziario in corso al tribunale di Napoli relativo al ricorso presentato da un gruppo di dissidenti contro il nuovo statuto andrà nuovamente in udienza il prossimo 7 dicembre. La sentenza arriverà prima di Natale e potrebbe inficiare tutto il lavoro di Conte.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.