Il Pd alza la voce sui nuovi decreti immigrazione, anche perché l’interlocutore di governo sembra sordo. Nel giorno in cui la Lega prova a aiutare Salvini in casa sua, puntellando la segreteria di uomini a cui il leader dovrà delegare sovranità, anche i suoi decreti sicurezza appaiono al tramonto. I democratici devono andare in rete e lo fanno con un attacco a tre punte: il segretario Nicola Zingaretti, il responsabile sicurezza Carmelo Miceli e il viceministro dell’interno, Matteo Mauri. Il segretario pone il superamento dei decreti Salvini tra le priorità del governo con un pressing ormai quotidiano. «I decreti cosiddetti sicurezza fatti da Salvini non credo abbiano nulla a che fare con la sicurezza, io li chiamerei decreti paura. I decreti sicurezza li stiamo scrivendo noi: la maggioranza ha lavorato per molti mesi, c’è un testo molto positivo, condiviso da tutta la maggioranza, che ora deve essere approvato perché la sicurezza è un punto di indentità di questo governo».

Stessa eco risuona al Viminale: «Questo è il momento giusto per approvare il decreto, è necessario farlo, tutti i gruppi di maggioranza hanno sottoscritto il testo inviato alla presidenza del consiglio». Il viceministro dem dell’Interno, Matteo Mauri, è deciso. Incardinarlo prima, era stata la valutazione, ne avrebbe messo in forse l’approvazione, visto il rischio di decadere per una serie di decreti già all’esame del Parlamento. Ora, a maggior ragione dopo il risultato di lunedì, è arrivato il momento. Se non il primo, il secondo Cdm utile, è l’aspettativa. La stessa ministra Luciana Lamorgese ieri lo ha confermato: «Sarà esaminato in uno dei prossimi Consigli dei ministri». È su quell’occasione che punta tutto Carmelo Miceli, che ha seguito l’intero iter dei nuovi decreti nella triplice veste di deputato siciliano, responsabile sicurezza Pd e giurista. «Modificare i decreti Salvini al primo Consiglio dei ministri utile, cominciare la battaglia parlamentare per lo ius Culture e quella al Parlamento europeo per l’introduzione della redistribuzione di tutti i migranti per quote obbligatorie. Non è più il tempo di rinviare», taglia corto.

Il punto è proprio rispetto degli accordi presi in maggioranza. Da parte dei 5 Stelle, innanzitutto. La riottosità di parte del Movimento a mettere mano ai dl Sicurezza è nota ed ora le fibrillazioni interne ai pentastellati vengono monitorate dagli alleati anche in questa ottica. Chi ha lavorato al dossier tra i dem assicura che al momento non ci sarebbero stati segnali di un cambio di passo da parte dei 5 Stelle. Insomma, l’accordo chiuso sul testo di agosto non sarebbe stato messo in discussione. «Non ci sono più problemi politici e – sottolinea Zingaretti – se ci sono problemi tecnici, si affrontino e poi si approvi» la riforma. Tra i punti del decreto la modifica delle maxi multe per le Ong («potrebbero diventare “sanzioni penali” ma è una strada che intraprenderemo con la modifica dei decreti», ha detto oggi Lamorgese) e l’ampliamento dei criteri di accoglienza.

«E’ il momento del coraggio – sprona Jasmine Cristallo, portavoce delle Sardine, parlando con Il Riformista – l’investitura delle urne autorizza il Pd a prendere risolutamente la strada di una riforma attesa e archiviare la stagione dei decreti Salvini». E rilancia. «Si approfitti per chiudere con il passato e si rimuova l’impianto della legge Bossi-Fini. La risposta frenante del M5S ne svela la matrice di destra. Si faccia chiarezza, si decida da che parte stare». Qualche fulmine dalle parti di Palazzo Chigi, dove si è tenuto il primo vertice di maggioranza post-elettorale. Zingaretti, da quando ha assicurato di non voler entrare nell’esecutivo, ha iniziato a dettare la sua agenda al governo. Secondo fonti del Movimento, Di Maio – già alle prese con una sollevazione interna – non manderà giù il rospo.

«Ci aspettiamo che, come auspicato dal governo, si arrivi a una svolta a livello europeo sulla gestione del fenomeno migratorio», si limita a dire per i Cinque Stelle Filippo Perconti, capogruppo del Movimento nel Comitato Schengen. L’anima conservatrice dei grillini, quella più fedele al ministro degli Esteri, ha paura ad esporsi e cerca di guadagnare quel tempo che nella clessidra del governo è arrivato agli ultimi granelli. Il convitato di pietra, Matteo Salvini, dopo aver dato appuntamento al suo “popolo” a Catania in vista dell’udienza preliminare che si celebrerà il 3 ottobre, ha intanto depositato la sua memoria difensiva. L’intenzione del leader della Lega resta quella di “smontare l’accusa” che potrebbe costargli fino a quindici anni di carcere: «Non si è verificata alcuna illecita privazione della libertà personale», ribadisce, e cita Palamara: «Avevo ragione ma dovevo essere attaccato per forza», mette agli atti. Alla politica il compito di smentirlo, riformando quei decreti, prima che sul sequestro si pronunci la magistratura.