Un anno fa, in un contesto politico e sociale completamente diverso, si consumavano le ultime battute della campagna elettorale che avrebbe portato Gaetano Manfredi ad occupare la scomodissima poltrona di Sindaco di Napoli. Un anno è passato, ma sembra un secolo. Tutto il contesto è cambiato, e non in meglio. Siamo alle soglie della terza grave crisi energetica europea (dopo quelle del 1973 e 1979), con una inflazione, che secondo le ultime rilevazioni Istat si attesta su base annua a +8,4%, mentre per i prodotti alimentari e per i trasporti sale a +10,6%, e per abitazione, acqua, elettricità e combustibili balza a +31,5%; mutato radicalmente è anche il quadro politico, con la fine del governo Draghi, una terribile guerra in corso, l’incerto risultato elettorale e la rottura tra M5S e PD che certamente destabilizza il maggior frutto politico di quella intesa: l’amministrazione Manfredi.

Ebbene in questo quadro così incerto e drammatico per la tenuta sociale di una città fragile come Napoli, l’unico punto fermo, l’unica solida incrollabile certezza sembra essere il Patto per Napoli, elevato ancora una volta a panacea miracolosa per tutti i mali. Addirittura da Palazzo San Giacomo si è levata una lamentosa supplica affinché il Patto per Napoli sia lasciato pietosamente fuori dalla campagna elettorale e molti candidati, ex ministri ed esponenti della vecchia maggioranza, non lasciano la città senza giurare la loro religiosa fedeltà al Patto. Ma cos’è davvero questo Patto per Napoli? In termini brutali il Patto è una forma di salvataggio condizionato, cioè il prestito governativo per evitare il default è subordinato alla realizzazione di un piano di ammodernamento dell’amministrazione locale e all’adozione di misure per incrementare la riscossione e valorizzare il patrimonio.

Un modello di intervento la cui matrice originaria si trova nelle operazioni di salvataggio gestite dal Fondo Monetario Internazionale negli anni Novanta, attuate concedendo prestiti ed esigendo in cambio l’adozione di politiche di austerità; un modello applicato poi in sede di Unione Europea per risolvere la crisi greca e impostare negli stessi termini il Meccanismo europeo di stabilità (Fondo Salva Stati). Lo stesso modello è stato applicato a Napoli. E non poteva essere altrimenti, visto che Draghi come presidente della Banca Centrale Europea è stato un attivo protagonista della cosiddetta Troika (BCE, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale) che ha portato la Grecia a perdere di fatto la sua sovranità per 11 anni. E anche Napoli ha ceduto parte della sua sovranità per “un piatto di lenticchie”.

Chi afferma che i finanziamenti previsti dal patto (1 miliardo e 231 milioni di euro, erogati in quote annue fino al 2042) sono un gradito regalo a fondo perduto non ha ben compreso il meccanismo di erogazione, perché la loro concessione, in base alla legge n. 234 del 30 dicembre 2021 (articolo 1, comma 572), è subordinata al reperimento da parte dell’amministrazione locale di risorse proprie pari ad almeno un quarto del contributo statale annuo, da destinare al ripiano del disavanzo e al rimborso dei debiti finanziari. Del resto, se il contributo da parte governativa grava in parte sulla fiscalità generale e in parte su nuovo debito pubblico, il suo peso graverà anche in proporzione sui cittadini contribuenti napoletani. Dove è dunque il fondo perduto? Il Patto per Napoli sottoscritto solennemente a Napoli nel marzo scorso è ben diverso dalle richieste formulate in campagna elettorale, sottoscritte dal PD e M5S come solenne promessa in caso di vittoria, e che invocavano un altro tipo di intervento, molto simile a quello che ha salvato Roma Capitale dal dissesto. Ma anche in questo caso il quadro politico, con leghisti nella maggioranza, non avrebbe mai potuto accogliere tali richieste. Un fallimento politico, quindi, anche se non si vuole ammetterlo e ci si ostina ancora a presentare retoricamente il Patto come un mitico strumento di salvezza collettiva, una sorta di biblica manna piovuta dal cielo.

Ma la realtà è ben diversa dai presunti miracoli. L’impegno chiesto all’amministrazione locale di coprire un quarto del finanziamento è quest’anno pari a 13.537.921,04 euro, l’anno prossimo salirà a 29.774.118,29 e nel 2024 richiederà ulteriori 37.741.159,93, a cui vanno aggiunte le politiche di risanamento che dovrebbero ridurre il debito complessivo pari a circa 5 miliardi di euro. Da dove l’amministrazione comunale preleverà queste risorse, non è chiaro. A breve si conoscerà il piano di valorizzazione del patrimonio. Ma intanto con l’inflazione elevata la città si impoverisce sempre di più e anche gli investimenti preventivati per il PNRR devono essere ricalibrati di fronte all’aumento dei costi. Chi avrà il coraggio di chiedere di più ad una città già stremata dal carovita, con ampie fasce di povertà e disagio sociale? Un quadro che si aggraverà ulteriormente in caso di una vittoria del centro-destra che ha posto in testa al suo programma l’abolizione del reddito di cittadinanza. Di fronte al baratro che si profila, l’amministrazione resta immobile, inebetita, politicamente svuotata, con la città che non ha visto ancora alcun cambiamento significativo, dal centro storico che resta un confuso e pericoloso bazaar, alle periferie abbandonate al dominio incontrastato della camorra, alla palude di Bagnoli, all’irrazionale dispositivo di traffico, alla mobilità inesistente, alle scarse risorse allocate a pioggia senza criterio e senza una coerente e chiara strategia di sviluppo.