Anche il boia potrebbe eccepire che nel suo lavoro altro non fa che attuare la legge. Anche il boia potrebbe reclamare assoluzione perché si limita a impugnare la scure che gli consegna il popolo. Anche il boia potrebbe sperare in una società che non lo vuole necessario. Ma la legge che, per quanto non l’abbia scritta, egli mette in esecuzione, è pur sempre quella che lo incarica di rimediare al male facendo il male.

L’arma che infierisce sulla vita del condannato, è vero, non l’ha costruita il boia, ma sarebbe inoffensiva se nessuno fosse disponibile a farne uso. E la società che egli magari vuole diversa, una società che non abbisogna di boia, qual è? Quella senza delitto o quella senza giustizia assassina?

E allora penso al giudice che in adempimento del proprio ufficio, applicando una legge che egli non ha scritto, nel nome del popolo che gli attribuisce questo potere, ordina che un essere umano, spesso prima del processo che deve accertarne la responsabilità, sia rinchiuso in un luogo di sofferenza, di sopruso, di violenza, di degradazione, di disperazione, e non raramente di morte.

E, pensandoci, temo il pericolo che il giudice nemmeno si faccia i crucci del boia. Diciamo che, se pur se li fa, li tiene molto per sé, pur essendo abituato a parlare molto. Avemmo più fiducia nella magistratura, quando un giudice dichiarerà di non voler più far soffrire nessuno. E non nell’auspicio di una impossibile società senza crimine, ma nella possibile affermazione di una giustizia che non fa soffrire.