Verso le elezioni
Vannacci è vero nemico di Meloni: così il campo largo vince grazie al Generale
Da un lato Luciano Violante e dall’altro, nel suo fondo, Aldo Torchiaro sul Riformista hanno spiegato le ragioni della normalità di quanto auspicato da Giorgia Meloni nella sua intervista a Nicola Porro: che un appartenente all’area di centrodestra – o comunque una personalità non collocata nel centrosinistra – possa diventare Presidente della Repubblica. È la normalità della dialettica democratica. Sorprende che, a parte Violante e pochi altri, questa normalità non sia stata riconosciuta dall’area di centrosinistra e anzi le abbia dato alla testa. Quasi tutti gli esponenti del centrosinistra hanno parlato della intenzione della Meloni di realizzare una conquista totale del potere. L’argomentazione potrebbe essere rovesciata a meno che non sia data per buona, a priori, e per definizione, una visione angelicata della sinistra.
Finora l’area di centrosinistra ha sempre fatto carte false affinché un suo esponente diventasse Presidente della Repubblica. Al suo interno si sono aperti scontri durissimi su quale esponente di quell’area dovesse diventarlo: anch’essi – per correnti o per singoli esponenti – hanno perseguito il disegno di una “conquista totale del potere”. Perché chi (partito, corrente o individuo) conquista la presidenza della Repubblica, di per sé acquisisce un’area assai vasta del potere istituzionale, politico e amministrativo. Del resto sono nella memoria di tutti gli scontri durissimi verificatisi a questo proposito non solo nella DC ma successivamente, per paradosso, anche nel PCI. Non a caso a suo tempo Massimo D’Alema spinse Piero Fassino a rilasciare al Foglio una intervista nella quale esponeva per interposta persona il suo programma presidenziale: poi, per la fortuna di quasi tutti, prevalse Giorgio Napolitano.
Il sottoscritto fu testimone del fatto che il “Patto del Nazareno”, genialmente realizzato da Matteo Renzi con Silvio Berlusconi – patto che se mantenuto avrebbe assicurato una fase di stabilità dinamica e di equilibrio democratico alla vita politica italiana – fu rotto perché lo stesso Renzi respinse la proposta del Cavaliere di eleggere Amato (di cui non ho mai capito perché egli si fidava ciecamente) a favore di Mattarella. Eppure anche Amato, abbandonando dal 1993 Craxi al suo destino, era entrato a vele spiegate nel PDS. A Renzi la candidatura di Mattarella assicurava l’unità del suo partito, larga parte del quale non si fidava del “socialista” Amato. Per altro verso, come sul Foglio ricordano Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa, le posizioni assunte sui vari problemi da Roberto Vannacci, per di più sostenuto adesso anche da un esponente storico del MSI come Gianni Alemanno, danno la percezione della sostanziale rivoluzione culturale che ha attraversato nel corso i tutti questi anni Fratelli d’Italia. Partito forse colpevole di non aver avuto il coraggio di esplicitarla e teorizzarla fino in fondo. Esiste però ben altro ordine di problemi assai più sostanziale e pratico, messo in evidenza da Stefano Ceccanti e Peppino Calderisi: Giorgia Meloni ha costruito tutto l’impianto della nuova legge elettorale prescindendo da Vannacci e conseguentemente escludendo l’unico modo che sul piano della tecnica elettorale può disinnescarlo, vale a dire i due turni e il ballottaggio. In caso diverso, è sul terreno un problema politico a due facce: non basta evocare il voto utile per disinnescare Futuro Nazionale.
Se la Meloni respinge Vannacci rischia di perdere voti a destra. Se lo accoglie, viste le sue posizioni truculente, rischia di perdere voti moderati conquistati negli anni da Fratelli d’Italia, di perdere tutta Forza Italia e Noi Moderati, o comunque parte dei voti di quei due partiti. E la partita non si ferma qui: Vannacci ha con Putin un rapporto molto più forte di quello di Matteo Salvini, peraltro finora condizionato dai governatori leghisti (Zaia, Fontana e Fedriga) e da Giancarlo Giorgetti. Allora è possibile – per non dire probabile – che Putin, che ha sempre seguito molto la vicenda italiana fino al punto di sferrare durissimi attacchi al Presidente Mattarella, è arrivato alla conclusione che Meloni, Tajani, Crosetto e compagnia bella finora gli hanno rotto le scatole sull’Ucraina e probabilmente continueranno a rompergliele anche in futuro, in modo molto più pesante di quanto non possa fare un governo del campo largo o come decideranno di chiamarlo.
Perché lì c’è un Giuseppe Conte esplicitamente filo putinista, ci sono Fratoianni e Bonelli, Pro-pal e pacifisti a senso unico e quindi contrari all’invio di armi alla Ucraina. E c’è un bel pezzo del PD che sul tema internazionale rimane del tutto ambiguo, viste le posizioni ecumeniche e filo cinesi dei “grandi vecchi” come Bettini e D’Alema. Ne consegue che la rottura di Vannacci dalla Lega può ipotizzare qualcosa di molto più profondo, una rottura volta a far perdere le elezioni alla Meloni, o, il che è la stessa cosa, quella di condizionare l’alleanza, di condizionare l’intesa a un rovesciamento di posizioni della Meloni sull’ Ucraina. Per questo l’articolo di Flavia Perina sulla Stampa che auspica un attacco di FdI a Vannacci sui valori e sulle scelte globali, ci sembra insieme giusto sul piano dei principi ma anche realistico sul terreno politico.
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