Un lungo convegno voluto da don Mimmo Battaglia per parlare di camorra dal titolo “Perché la camorra non uccida Napoli… Tu da che parte stai? Per risvegliare la coscienza ecclesiale e civile” si è svolto ieri alla facoltà Teologica dei Colli Aminei a Napoli. Ebbene, sono stati forniti i numeri impietosi della criminalità organizzata e il nuovo modus operandi dei clan e proprio il procuratore generale di Napoli Luigi Riello è tornato a parlare del ruolo della chiesa e dei Don Abbondio presenti.

«No ai sacramenti per i camorristi, quando sono accertati» ha tuonato il super magistrato che poi ha rincarato: «È giusto non dare la comunione ai divorziati, ma sarebbe non proporzionato non dare la comunione ai divorziati e dare i sacramenti a chi ha ammazzato, a chi pensa di avere un crocifisso in una mano e la pistola nell’altra». Questa affermazione fatta settimane fa da Riello e ripetuta ieri come un mantra, già aveva scatenato l’ira dei preti di frontiera (don Maurizio Patriciello tra tutti) perché non è compito della Chiesa perquisire chi entra nella casa del Signore e vedere se ha una pistola nella cintura dei pantaloni. Ma le frasi dell’attuale procuratore generale di Napoli potrebbero essere dettate anche da altri fini. Così come riportato da Il Mattino, in questi giorni infatti avrebbe deciso di concorrere alla Procura generale della Cassazione per la successione di Giovanni Salvi. Riello dunque potrebbe lasciare nei prossimi mesi Napoli per Roma.

Questa volta a rispondere al numero uno della Corte d’Appello partenopea è don Franco Esposito, cappellano del carcere di Poggioreale che con chi ha commesso un crimine, anche il più atroce, parla quotidianamente. Perché questo fa la chiesa: respinge il male e la camorra, certo, ma sta vicino agli ultimi, anche al peggior Caino di questo mondo. «Nell’intervento di stamattina, il procuratore Riello ha usato lo stesso metodo utilizzato dai camorristi: loro usano i sacramenti per giustificare le loro azioni negative, il procuratore per giustificare le loro azioni repressive». Durissima la presa di posizione di don Franco che non ci sta a vedere la chiesa usata per fini politici e alza la voce: «Riprendere una dichiarazione della chiesa e strumentalizzarla non è stato corretto. La chiesa non è per la repressione, non è compito nostro giudicare e condannare. La chiesa non è chiamata a inserirsi nel discorso di chi dice “hai sbagliato e te la faccio pagare”. La chiesa è inserita in una testimonianza di fede che dice “chi ha sbagliato deve cambiare, ma non dice deve pagare”. Il far pagare è sempre sinonimo di vendetta, di male che si aggiunge ad altro male e questo sicuramente non è il compito dei preti. Quando Riello parla dei sacramenti – aggiunge – strumentalizza la chiesa che non è mai un rifiutare l’altro, tutt’al più può essere un ratificare un comportamento che non è in linea con il cammino di fede e quindi non essendo in linea con un cammino di fede è chiaro che viene meno la cosa principale per poter ricevere il sacramento. Il suo è uno strumentalizzare per i propri fini che possono essere anche giusti ma sono i suoi fini, non quelli della Chiesa».

Secondo don Franco anche il titolo del convegno, al quale hanno partecipato tra gli altri il sindaco Manfredi e il procuratore di Napoli Giovanni Melillo, e Don Ciotti, non era appropriato per un incontro organizzato dalla chiesa. «Non ho condiviso nemmeno il titolo di questo convegno: tu da che parte stai? La chiesa non sta da una parte, sta dalla parte dell’uomo. La chiesa non è mai contro qualcuno, è contro il male, combatte il male ma la persona va sempre accolta, accompagnata e aiutata a cambiare. È un titolo che va bene per un convegno di magistratura ma non per un convegno che nasce dall’impegno della chiesa – continua Don Franco – Forse sarà stato uno stimolo per chi deve impegnarsi a livello politico, ma non per la chiesa che è distaccata dagli atti criminali, ma non dalla persona che li commette. Sta da una parte e dall’altra, non per connivenza ma sta dalla parte dell’uomo, da una parte per condividere la sofferenza e il dolore delle vittime e dall’altra per far sì che ci sia un reale cambiamento nelle persone». Ma per Riello il cambiamento di una persona che sbaglia appare un’utopia, sempre vincente invece la carta del carcere come panacea di tutti i mali: «C’è un imperativo categorico che pretendo prima da cittadino e poi da magistrato, partendo dalla politica, da chi governa che ci dica da che parte stanno. Per la lotta alla camorra abbiamo bisogno, sì, di una strategia di lunga gittata e di analisi profonde, ma abbiamo bisogno anche di sapere cosa facciamo ogni giorno. Ci vuole anche la repressione, cattiva parola. Bisogna mettere in carcere i delinquenti con pene certe e poi pensiamo ad andare alle radici dei problemi» ha aggiunto il procuratore generale durante il suo intervento.

Repressione e carcere, carcere e repressione: ecco la ricetta, tutto risolto. Buttiamo la chiave, fiumi di giustizialismo e via. «Perché ieri mattina invece di parlare della chiesa, non hanno parlato di cosa fa lo Stato che è totalmente assente? – si chiede Don Franco – Lo Stato da che parte sta? Se continua a dare come risposta solo il carcere, io dico che lo Stato sta dalla parte dei camorristi. Perché non dà alternative. Oggi, il carcere non funziona, non potrà mai rieducare e reinserire. In un carcere di 2.000 persone dove ci sono 10 educatori e un manipolo di amministratori ma cosa vogliamo rieducare? Sono cose mille miglia lontane dal carcere che invece crea il male: il carcere è una serra dove le piante del male vengono coltivate e una volta fuori dalle sbarre danno i loro frutti. Il carcere va abolito – conclude – Ci deve essere come estrema ratio ma non questo tipo di carcere che è assolutamente fallimentare. Deve essere comunque un carcere volto a far prendere coscienza del male fatto non un carcere volto a farla pagare con una pena fine a se stessa. Parliamo di più di pene alternative e di piccole comunità di accoglienza». Ecco, parliamo di questo e lasciamo stare la chiesa e i suoi sacerdoti che certo respingono il male, ma garantiscono una possibilità di redenzione a tutti. Il cattolicesimo, a ben guardare, non è poi così lontano dal garantismo. Ecco perché la magistratura non dovrebbe tirare in mezzo la chiesa.

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Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.