Appena usciamo dalla metropolitana, alla fermata del Circo Massimo, a Roma, i ragazzi ci attorniano. «Porof, tu comi stai?» mi chiede Joseph, nigeriano seminascosto dietro la mascherina più nera di lui. Daniel, albanese di Lushnjë, il cappellino rovesciato con la scritta Italia, è arrivato in anticipo e resta seduto a cavalcioni sul muretto. Facciamo l’appello in attesa che si presentino tutti gli altri, ma dobbiamo stare attenti perché il piccolo Alì, bengalese di sette anni, vuole arrampicarsi al palo della luce e rischia di farsi male. Lo afferriamo al volo prima che caschi vicino ai soldati di guardia. Le donne, fasciate nelle vesti multicolori, ci raggiungono trafelate e tutti insieme procediamo verso la grande spianata dove un tempo correvano le bighe. Quadriga: questa parola è troppo difficile, quindi non l’abbiamo usata. Meglio carrozza, carro, non carriola… Cominciamo con il lavoro lessicale. Non c’è campanella. Ti guardi in faccia e inizi. Il lavoro da svolgere è incorporato nella passeggiata che stiamo facendo. Di qua il Palatino, di là l’Aventino. Da una parte i patrizi, dall’altra i plebei. Poco distante passa il Tevere. Abbiamo portato i quaderni col ripiano di plastica, le biro, i disinfettanti. Nella speranza che non piova.

Così è bello fare scuola. In presenza. Non ci possiamo dare la mano, d’accordo, ma ci guardiamo negli occhi e sorridiamo. Dopo tanto tempo senza esserci potuti vedere, tratteniamo a fatica l’emozione. Migranti, volontari, allievi e docenti, di ogni età e provenienza geografica: una promiscuità che fa venire i brividi sulla pelle perché lingue, costumi, generi, caratteri, sensibilità e anche motivazioni si mischiano come liquori esotici di un coktail imprevedibile dentro lo shaker della lingua italiana. Tutto questo nella didattica a distanza s’era perduto, irrimediabilmente. E, inutile negarlo, continuerà a restare inattingibile se, come sembra, dovremo limitarci a dialogare di fronte allo schermo del computer. È la ferita, indelebile, che il Covid sta provocando, insieme ai ritardi nella spiegazione dei programmi, alle generazioni più giovani. Come sempre i più abbienti potranno recuperare, anzi lo stanno già facendo spesso tappando i buchi formativi grazie alle famiglie in grado di pagare le lezioni private. Tutti gli altri, soprattutto i bambini cresciuti in contesti svantaggiati, sono destinati ad annaspare nella retrovia polverosa, fra tabelline da imparare a memoria, esercizi saltati, contenuti cancellati. La famosa uguaglianza delle condizioni di partenza, vecchio mito delle rivoluzioni umanistiche, araba fenice delle democrazie moderne, torna ad essere ciò che è sempre stata: un’utopia novecentesca.

Eppure c’è chi non si arrende all’evidenza darwiniana e tenta, nel suo piccolo, di versare acqua sulla spugna secca: se oggi non ci fossero donne e uomini di buona volontà, pronti a mettersi in gioco personalmente nell’impegno quotidiano volto a sorreggere chi arranca in fondo al gruppo, le istituzioni pubbliche non riuscirebbero da sole a rimediare: ecco l’importanza, in questa fase d’emergenza, delle associazioni di volontariato che stanno offrendo una stampella di sostegno all’offerta statale. Purtroppo la scuola mista (in presenza e da remoto) è una realtà cui giocoforza stiamo andando incontro con il progressivo aumentare dei contagi. Ma dovremo anche riuscire ad inventarci qualcosa capace di rinnovare la medesima tradizionale forma didattica attualmente impraticabile. Spazi urbani da vivere. Strumenti logici capaci di utilizzarli. Adeguati sistemi di trasmissione del pensiero.

Gruppi di adolescenti da formare ristabilendo le condizioni essenziali per una vera esperienza conoscitiva. Di sicuro torneremo a incontrarci sui vecchi pratoni dell’Urbe imperitura ma quando verrà il brutto tempo, dove potremo andare? Ci serve un luogo aperto, ma coperto. Coi giubbotti ci proteggiamo dal freddo, ma se devi impugnare l’ombrello come fai a scrivere? Sotto ai portici di Piazza Vittorio passa troppa gente, non ci potremmo concentrare.

Mi vengono in mente i colonnati delle basiliche romane. Vedremo se sarà possibile trovare qualche anima buona in grado di aiutarci. Altrimenti Mohamed resterà seduto sul bordo del letto a cincischiare sotto il manifesto stracciato di Cristiano Ronaldo. Su questo rifletto mentre, riaccompagnando a casa i nostri studenti, molti dei quali non possono frequentare istituti pubblici perché spesso non vengono ammessi ai corsi per i più vari motivi burocratici, chiedo a Ramim, piccolo bengalese poliglotta che sa parlare in italiano, bengali, hindi, inglese e spagnolo, in quale lingua sogni. Non mi risponde subito e questo è sempre un buon segno. Ci pensa qualche secondo, sotto gli occhi della madre che lo guarda premurosa, quindi con la sicurezza un po’ sfrontata dei suoi stupendi dodici anni, dichiara: «Un po’ in tutte, anche altre che ancora non conosco. Ma quando mi arrabbio», ci tiene a precisare, «lo faccio in italiano!»