«Serietà, per favore, un minimo di serietà. Non si può affrontare la delicata questione dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica come materia da chiassoso talk show televisivo, con tanto di No Mat o roba del genere».
A lanciare l’accorato appello alla serietà della politica è Claudio Petruccioli, che ha già affrontato l’argomento su queste colonne.

Il “valzer del Presidente” è iniziato. Lei come la vede?
Per il momento male. Non si può ridurre anche l’elezione di un Presidente a materia di talk show come si fa – purtroppo – con il vaccino. Adesso, poi, sembra che la questione decisiva sia che la rielezione non deve diventare regola. Cosa assolutamente giusta, come è giusto sciogliere l’ambiguità (non la sola, peraltro) che c’è nella Costituzione. C’è stata una iniziativa parlamentare in questa direzione che alcuni commenti di stampa hanno collegato alla rielezione, quasi che Mattarella avesse posto questa condizione per dichiararsi disponibile. Di qui l’ovvia precisazione del Quirinale.

E dunque?
Quella precisazione – ripeto, inevitabile – è stata letta da molti come un definitivo rifiuto; eccola la confusione impropria, arbitraria. Mattarella, come chiunque altro, può dare una risposta pertinente, un sì o un no decisivo solo se e quando coloro che gestiscono i voti dei grandi elettori gli avanzassero una proposta. Quella è l’unica risposta che conta davvero. Prima ci deve essere la proposta.

Qualcuno potrebbe obiettarle: prima, però, occorre rimuovere con chiarezza il problema della rielezione…
Non c’è un legame fra le due cose. Il semestre bianco è stato previsto per evitare che un Presidente desideroso di essere rieletto sciolga un Parlamento restio per cercarne uno più favorevole. Il semestre bianco, insomma, è una precauzione contro tentativi manipolatori di un ipotetico Presidente della Repubblica che sottometterebbe il funzionamento delle istituzioni a una sua ambizione personale. L’esperienza ha invece dimostrato che proprio l’incongrua sospensione di alcuni poteri presidenziali può determinare difficoltà nel buon funzionamento delle istituzioni. evidente che il problema esiste; come è evidente che se si introduce in Costituzione il vincolo del mandato unico, cade la motivazione stessa del semestre bianco. In questo senso, mi sembra, ne ha parlato più volte Mattarella, sulla scorta di Einaudi e Leone. Ma il semestre bianco è stato introdotto non per alludere al divieto di rielezione che i costituenti non avrebbero avuto il coraggio di rendere esplicito. Sappiamo dai lavori preparatori che c’erano opinioni diverse in proposito; ma, alla fine, hanno deciso di non scrivere che il Presidente non è rieleggibile. In Costituzione questo non c’è scritto. Lo stesso semestre bianco è stato introdotto perché l’ipotesi della conferma non è esclusa. Vogliamo togliere questo semestre? Bene. Vogliamo che il mandato presidenziale non superi i sette anni? Allora mettiamo un esplicito vincolo assoluto…

Nel senso?
Putin e Medvedev hanno dimostrato che il divieto di rielezione può essere aggirato con la “staffetta”. Scriviamo allora che il mandato è di 7 anni e ed è unico e non può essere ripetuto, né subito né dopo. Però smettiamola, per carità di patria, di montare questa panna che è molto decorativa ma poco sostanziale, e andiamo alla sostanza, che è un’altra cosa. Perché se confondiamo la panna con la sostanza facciamo solo un talk show. Mentre la decisione sul nuovo mandato presidenziale è importantissima, in un momento cruciale per l’Italia e deve tener conto di tutt’altri criteri. Bene, andiamo alla sostanza. Qual è?
La sostanza è che la scelta del Capo dello Stato, da quando c’è la Repubblica, è sempre stata fatta in riferimento alla situazione del paese. A cominciare dalla scelta del Presidente provvisorio. L’Assemblea costituente elesse De Nicola, i socialisti lo proposero a Benedetto Croce, perché dopo la vittoria della Repubblica si voleva ci fosse un Presidente non esponente di punta della battaglia repubblicana ma che rassicurasse anche i tanti che avevano votato per la monarchia. Fu un’attenzione tutto sommato giusta. Ma già nel ’48 il problema è diverso: si trattava di scegliere un Presidente che collocasse chiaramente l’Italia nel quadro degli assetti internazionali che si stavano delineando. stato eletto Einaudi, non come tanti hanno detto perché aveva votato monarchia, quello era ormai un problema superato. Il candidato di De Gasperi, lo sappiamo tutti, era Sforza, che aveva tutti i titoli per diventare Presidente della Repubblica, a partire dal passato di rigoroso antifascista, ma fu bocciato da Dossetti, che non lo votò; era contestato dagli inglesi perché anti monarchico, e dalle sinistre per il suo vero, e – aggiungo io oggi – apprezzabile americanismo. Caduto Sforza, De Gasperi scelse un altro che aveva la stessa caratteristica dal punto di vista dell’ancoraggio al campo occidentale. Gronchi e Saragat furono scelti in funzione della politica di centrosinistra. Il primo per aprirne la strada, il secondo per garantirne la realizzazione; in mezzo, Segni, per rassicurare la parte più ostile al nuovo corso. Pertini e Cossiga vivono l’inizio della crisi della repubblica dei partiti. Scalfaro e Ciampi sono sprofondati nel pieno di quella crisi, con gradi diversi d’interventismo. Ma veniamo a oggi, all’unica volta in cui c’è stata la rielezione del Presidente uscente. stata con Napolitano e si è verificata per la situazione di gravissima difficoltà in cui si trovava il Paese: c’era un sistema politico frantumato al punto che il Parlamento eletto nel 2013 non seppe esprimere una maggioranza per il Capo dello Stato, avevamo alle spalle anni di crisi economica pesantissima… Si verificò un fatto senza precedenti perché le difficoltà erano senza precedenti.

E adesso?
Andiamo al sodo. Saremmo tornati alla normalità, come sostengono alcuni, rispetto alla situazione eccezionale che portò all’eccezionale rielezione di Napolitano? Ma stiamo scherzando! La frantumazione del sistema politico si è aggravata; la situazione economica è stata peggiorata dalla pandemia. La pandemia non è finita, con tutti i problemi che comporta. La situazione dell’Italia di oggi è più facile rispetto a quella di sette anni fa? Ripeto: non scherziamo! Chi la pensa così non ha il senso della realtà, del momento in cui viviamo e dei problemi che dobbiamo affrontare. Napolitano, pose due condizioni molto forti per accettare la richiesta di far cadere la sua indisponibilità: la riforma costituzionale, che poi è andata a finire come sappiamo, e una maggioranza larga, bipartisan per sostenere il governo che fu presieduto da Enrico Letta. Ce lo ricordiamo? Oggi la situazione sarebbe più leggera, più facile? Al contrario! Lo si vede anche dall’inquilino di Palazzo Chigi. Allora, il premier che Napolitano indicò era comunque un esponente della vita dei partiti, eletto in Parlamento. Pochi mesi fa, Mattarella, in una situazione drammatica ha dovuto trovare una personalità fuori dai partiti e fuori dal Parlamento. E per fortuna che c’era Draghi.

Sulla base di tutte queste considerazioni di carattere storico e politico, a quali conclusioni è giunto?
Se c’è un momento in cui la situazione del paese richiede la disponibilità e l’impegno di chi dà le massime garanzie, questo momento è adesso. Se c’è un momento in cui non possiamo permetterci apprendistati o rodaggi, in cui c’è bisogno di qualcuno che sa fare il Presidente, e che ha dimostrato di saperlo fare, dentro e soprattutto fuori i confini nazionali, il momento, è questo. Non possiamo fare gli schizzinosi sulla rielezione. D’altro canto, chi valuta con spirito di verità, si rende conto che oggi – senza far offesa a nessuno e senza sottovalutare le molte ottime capacità in campo – non è possibile trovare una guida del governo e dell’amministrazione altrettanto competente e autorevole di Draghi. Di questa competenza e autorevolezza non si può fare a meno per un arco di tempo ancora non brevissimo. I compiti che gli sono stati affidati (sconfiggere la pandemia, riattivare e dare nuovo impulso alle attività economiche, alla vita sociale e civile, impostare e mettere in carreggiata le riforme a ciò necessarie) – sono stati avviati pur fra molte difficoltà e resistenze ma non sono arrivati al punto di decollo; siamo invece nel punto in cui il rischio di fallimenti e aborti è massimo. Il ragionamento che deve guidare tutti nell’affrontare il passaggio della elezione del Presidente della Repubblica, deve dunque essere lo stesso fatto da Mattarella quando ha deciso di proporre Draghi alla guida del governo. questa la responsabilità dei partiti. Si smetta di andare a cercare le risposte dirette o indirette attraverso uscite mediatiche estemporanee e improvvide. Devono decidere a chi vogliono fare la proposta. Mi rendo conto di apparire eccessivamente ingenuo e ottimista. Sono tuttavia convinto che se a Mattarella fosse rivolta una richiesta seriamente motivata sulla base del momento che attraversa l’Italia, sostenuta da una convergenza sufficientemente ampia e sincera, da lui non potrebbe venire un rifiuto; perché sarebbe in contrasto con tutto il filo rosso che ha cucito l’intero suo settennato, in modo particolare con il suo ultimo, coraggioso investimento su Draghi. Se, invece, questa richiesta non verrà da parte di chi ha il potere di farla l’immediato futuro diventerà più difficile e oscuro; ma nessuno potrebbe farne colpa a Mattarella.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.