«Dietro quel sorriso c’era un carattere forte, determinato, proprio di una personalità di grande spessore culturale e politico oltre che umano. Lavorare per un’Europa inclusiva, solidale, è questo il modo migliore per onorare un grande europeista com’era il mio amico David Sassoli». Ad affermarlo è Enzo Amendola, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei.

«In UE Sassoli era un costruttore di ponti». Così Frans Timmermans, vice presidente della Commissione europea, ricorda David Sassoli. E lei?
Il presidente del Parlamento europeo molto spesso viene ricordato per le cerimonie e non per la gestione dell’Aula. Certo, lui ha sì costruito mediazioni e “ponti” tra punti di vista diversi, ma partendo sempre da una nettezza di posizioni a cui non ha mai rinunciato: sulla questione dell’immigrazione, sulla questione dello Stato di diritto e delle libertà in Europa, e altro ancora. Questa solidità gli ha permesso poi di reggere mediazioni e ascolto delle differenti posizioni. David era un “pontiere” perché aveva delle “pietre” solide, non era un “ponte” di fuscelli. Questo ha fatto sì che sia stato il primo presidente del Parlamento europeo a schierarsi. E a schierarsi talmente tanto sulle libertà che, quando Putin ha dovuto mettere qualcuno sulla lista nera, ha messo lui. Questa idea di un Sassoli “mediatore”, la condivido perché era un uomo di ascolto e di rispetto, ma partendo da una base solida, netta, ferma, tipica del cattolicesimo democratico italiano: avere grande ascolto ma su principi solidi e non su principi à la carte.

Costruire un’Europa più aperta, più inclusiva, più solida politicamente, l’Europa di Sassoli, non significa anche che è un passaggio ineludibile riscrivere le regole superando il vincolo dell’unanimità?
Assolutamente sì. Per questo io ricordo David negli ultimi due anni sempre all’attacco. Non è mai stato un remissivo. Era consapevole delle difficoltà della politica europea, dei vari compromessi. Non era un utopista. È sempre stato all’attacco. Lo è stato sulla questione del Next Generation eu, come sull’immigrazione. Quando disse che c’era un problema di debito pubblico aumentato per il Covid, mi ricordo che si gridò allo scandalo, ma alla fine dei conti il debito pubblico era un problema per tutti i paesi e non per uno singolo. Quando decise di tenere il Parlamento europeo aperto, molti lo dimenticano, fu perché dovevamo fare la battaglia sul Next Generation eu. E lo fece in un momento in cui tutti dicevano che l’Europa non solo sarebbe sprofondata ma addirittura dissolta sotto il Covid. Il suo fu un gesto non “tecnico”, ma di grande forza democratica.

Guardando all’impegno italiano in chiave europea, c’è stato un gioco di squadra e se sì quanto ha pesato?
Se guardiamo al periodo del Covid, io lo ravviso in quello che fece Paolo Gentiloni nella lettera condivisa con Thierry Breton (attuale Commissario europeo per il mercato interno e i servizi, ndr) nella quale sollecitavano una forte azione dell’Europa, nel ruolo di Sassoli al Parlamento europeo, e, ovviamente, in quello del governo italiano. Posso dire a ragion veduta che era una bella squadra. Fatta da persone che si conoscono e che si stimano e che hanno un comune sentire democratico. Mi ricordo che all’epoca molti ci pizzicavano dicendo “siete tutti del PD”. Ci trovammo in una condizione in cui bisognava reagire. E ognuno ha reagito in maniera credo degna per il risultato poi ottenuto. Questo era il comune sentire di quel periodo, delle battaglie fatte per reagire al Covid: Gentiloni in Commissione UE, Sassoli presidente del Parlamento europeo, il governo italiano con Roberto Gualtieri, il sottoscritto, Nicola Zingaretti, allora segretario del Pd, il governo Conte… È un momento che non posso dimenticare e che fa soffrire anche di più adesso che David non è più tra noi.

Il 2022 è un anno ricco di scadenze politiche che riguardano diversi paesi dell’Unione Europea, tra i quali l’Italia e la Francia. Non c’è il rischio che le agende nazionali finiscano per marginalizzare quella europea?
Il rischio c’è, ma in campo ci sono alcuni negoziati, penso innanzitutto a quello sul green, sull’energia, sull’industria, che ha una forza e una difficoltà addirittura superiore al Next Generation. Lo dico per coscienza di cose. La ripresa post Covid significa per l’Europa decidere che ruolo vuole avere nel mondo, dal punto di vista economico e geopolitico. Noi non possiamo essere un attore globale che dipende da materie prime o da tecnologie di altre parti del mondo. Il rischio dell’agenda elettorale che freni questo lavoro esiste sempre, però l’obiettivo che abbiamo tutti quanti noi non si può fermare o allontanare. Perché sarebbe esiziale per l’Unione Europea. Lo vediamo nelle bollette del gas, dell’energia che paghiamo, che questa realtà è in movimento, non è una ipotesi. E non è un negoziato burocratico ma riguarda economia, vita, lavoro, protezione sociale, protezione ambientale. Dobbiamo decidere come costruire l’economia europea per i prossimi decenni. E non per regolare i conti tra le capitali, ma per avere un ruolo nel mondo.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.