Reduce dalla vittoriosa “battaglia” per Roma, Matteo Orfini, combattivo parlamentare dem, già presidente del Partito democratico. Fa un bilancio di questa tornata elettorale in proiezione futura.

Il centrosinistra riconquista Roma e Torino. Qual è il segno politico di questo risultato anche in proiezione nazionale?
Il centrosinistra riconquista non solo Roma e Torino ma anche Napoli, che non governavamo, si conferma a Milano e Bologna. È stata una vittoria straordinaria del Partito democratico e del centrosinistra. Mi piace però dire prima di tutto del Pd, che è stato protagonista di questo risultato, che c’ha creduto. Merito dei candidati, merito di Enrico Letta che in pochi mesi ha rimesso al centro della scena il Pd, il suo profilo politico, è riuscito a tenerlo unito e di questo credo che gliene vada dato atto all’indomani di una vittoria molto importante. Una vittoria che va rivendicata, va valorizzata senza immaginare, come ha opportunamente detto Letta, che risolva automaticamente tutti i problemi, ma è una base su cui costruire. È chiaro che in questo voto ci sono anche dei segnali che noi dobbiamo cogliere, come la grande astensione, un dato politico che non va minimamente sottovalutato. Un dato che racconta anche quella che deve essere la sfida del Partito democratico, vale a dire come noi recuperiamo alla partecipazione politica quella parte di Paese che è disillusa, disincantata, che non ci crede più, che essendo stata progressivamente esclusa dal circuito produttivo per effetto della crisi, si è autoesclusa dai processi di cittadinanza e di partecipazione. C’è sempre un nesso tra crisi sociale e crisi democratica. Questo segnale va colto e va affrontato soprattutto dalla sinistra.

Soprattutto quando il dato dell’astensionismo, che ha riguardato oltre 1 elettore su due, investe in particolare le periferie dei grandi centri urbani. Un dato, quest’ultimo, che a Roma emerge con forza.
È così. La parte più sofferente della cittadinanza italiana, parlo di cittadinanza italiana perché l’astensionismo a cui faceva riferimento non è solo un fatto delle periferie urbane ma anche della provincia più estreme, ci sono tante “periferie”. Ma poiché si è votato soprattutto nelle città di queste parliamo. Non sono andati a votare soprattutto quelli che vivono nei quartieri più complicati, dove ci sono meno servizi, meno opportunità, meno possibilità di trovare lavoro e costruirsi una vita dignitosa. Sentendosi esclusi e abbandonati dallo Stato, rifiutano il voto e la partecipazione. E qui c’è una missione storica della sinistra. Si deve ricucire quel rapporto e rifare comunità. Il Papa non smette di ripetere, a ragione, che la grande malattia di questo tempo è la solitudine. Noi abbiamo persone che di fronte alla crisi si sono sentite sole, abbandonate dalle istituzioni e anche dalle reti che di solito garantivano assistenza e solidarietà, e dunque quella solitudine poi può diventare paura, rancore, rabbia. Noi dobbiamo ricostruire il tessuto di una comunità. Una città è prima di tutto comunità di cittadini, delle persone che la compongono e la vivono. In questo c’è anche la missione del Pd. I partiti servono anche a questo. I partiti sono la democrazia che si organizza, diceva Togliatti. E questo significa oggi andare a cercare quelle solitudini e quelle esclusioni e farne comunità. C’è questo dato, però c’è anche il segno di una ripresa del Pd in quelle periferie rispetto al passato, perché in questi anni ci abbiamo lavorato…

Non siamo all’anno zero…
Direi proprio di no. Noi veniamo da cinque anni di lavoro che va in questa direzione, c’è stato un gruppo dirigente che di questo si è fatto carico, abbiamo eletto tanti presidenti di municipi di periferia, abbiamo eletto consiglieri comunali che vengono da quei territori, c’è stato un lavoro in profondità che ha dato i suoi frutti. Ora occorre proseguire su questa strada. Dobbiamo avere l’ambizione di puntare in alto. Il tema non è risanare ma costruire una città nuova. Penso, ad esempio, al tema, molto sentito dai romani, dei trasporti. Ci sono da ricostruire flussi in base anche alle mutate esigenze della città. Migliaia di persone resteranno in smart working anche dopo la fine della pandemia, bisognerà ristrutturare un trasporto pubblico più a misura di periferia e meno focalizzato sul centro.

Entrando nel merito del voto nel centrosinistra. Un dato generalizzato che emerge con nettezza è il tracollo dei 5Stelle. In vista della scadenza delle legislative, l’asse su cui puntare resta sempre quello Pd-5S?
Su questo, penso quello che pensavo prima di queste elezioni e che trovo confermato dall’esito di questo voto. Noi intanto dobbiamo partire dal centrosinistra classico. Vinciamo dove mettiamo in campo candidature forti, autorevoli, che sono espressione di questo mondo e dove c’è un serio progetto politico di amministrazione di quelle città. Dove invece abbiamo faticato, abbiamo inseguito la politica delle alleanze e abbiamo commesso l’errore di smontare un progetto che era nato in quel determinato territorio, come è avvenuto in Calabria, perdiamo. Alla fine, il messaggio che io traggo da queste elezioni e dal loro esito, è l’importanza, decisiva, di mettere al centro il Partito democratico, ovviamente ponendosi il tema di costruire intorno al Pd una coalizione vera, e quindi un Partito democratico aperto, inclusivo, che cerca le alleanze. A fianco a questo, dobbiamo per questa parte finale di legislatura, darci due obiettivi fondamentali…

Quali?
Il primo è continuare a sostenere con forza e convinzione il governo Draghi. Lo ha subito detto Enrico Letta a commento del voto, stroncando sul nascere tentazioni strane: il governo Draghi si rafforza con questo voto. La chiave di lettura di questo voto è che i cittadini hanno premiato le forze che hanno sostenuto il Governo e una linea di fermezza e serietà nella gestione della pandemia, della riapertura, della ripartenza, mentre hanno punito chi dall’opposizione, come la Meloni, o dalla maggioranza, come Salvini, l’hanno continuamente messo in discussione. È chiaro che questo è un voto che rafforza Draghi, rafforza il Governo e noi, come Pd, abbiamo il dovere di portare a termine la legislatura. Messo un punto fermo su questo, va però subito messo in chiaro che in questa fase finale di legislatura abbiamo anche il compito di completare la realizzazione di riforme che garantiscano gli equilibri istituzionali. Abbiamo avuto un taglio dei parlamentari che porta con sé l’esigenza di un aggiustamento della legge elettorale e alcuni correttivi costituzionali, altrimenti arriveremmo al 2023 con un sistema pericolosamente squilibrato, in cui il rischio è che una maggioranza relativa abbia i numeri in Parlamento per cambiare la Costituzione, come effetto di una pericolosissima torsione maggioritaria del sistema. Quando facemmo quel taglio, legammo la scelta del voto favorevole al taglio dei parlamentari all’impegno su una legge proporzionale, che avrebbe garantito un equilibrio del sistema. Io penso che questo tema debba essere ripreso facendone uno dei punti primari dell’agenda politica-parlamentare da qui al compimento naturale di questa legislatura. Una volta si diceva: volete il proporzionale perché sennò vince il centrodestra. Dopo queste elezioni, in cui forse quel risultato è meno certo, è giusto ribadire quella richiesta. Quello del proporzionale non è un tema di vantaggio elettorale, che inerisce l’equilibrio del sistema. È evitare che una maggioranza relativa abbia i numeri per eleggere il Presidente della Repubblica, cambiare la Costituzione, autonomamente. Perché questo è il contrario dell’equilibrio dei poteri previsto dalla nostra Costituzione.

Senza voler invadere campi altrui, ma in un sistema che funziona l’alternanza al governo di alleanze diverse ma che si riconoscono e legittimano reciprocamente, è il sale della democrazia. In questa chiave, che partita si apre, a suo avviso, nel centrodestra?
Penso che questo voto metta obiettivamente in forte discussione non so se la leadership, ma sicuramente la linea politica scelta da Salvini e Meloni. Quella idea che soffiando sugli istinti più reazionari del Paese, inseguendo un sovranismo reazionario, si possa arrivare al governo del Paese. Dentro una crisi drammatica quale quella prodotta dal Covid, credo che sia maturata anche nei settori di centrodestra una insofferenza per questo impianto che peraltro produce una classe dirigente scadente. Le candidature a sindaco di Roma e di Milano, e non solo, avanzate dal centrodestra erano oggettivamente il segno di una grande difficoltà a mettere in campo una classe dirigente adeguata alla drammaticità della situazione che stiamo vivendo. Io credo che questo inevitabilmente produrrà una discussione nel centrodestra.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.