Il voto delle amministrative, vincitori e vinti. E un astensionismo di massa tutto politico e ben poco “fisiologico”. Il Riformista ne discute con Nadia Urbinati, accademica, politologa italiana naturalizzata statunitense, docente di Scienze politiche alla prestigiosa Columbia University di New York. Tra i suoi libri, ricordiamo Pochi contro molti. Il conflitto politico nel XXI secolo (IBS, 2020); La democrazia del sorteggio (con Luciano Valdelli, IBS 2020); Contagio e Libertà (con Piero Ignazi, Laterza 2020); Io, il popolo. Come il populismo trasforma la democrazia (Il Mulino, 2019); La mutazione antiegualitaria. Intervista sullo stato della democrazia (Laterza, 2013); Democrazia in diretta. Le nuove sfide della rappresentanza (IBS, 2013).

Un italiano su due ha disertato le urne. Una seria riflessione sullo stato reale della nostra democrazia non dovrebbe partire da qui?
Mi faccia dare una risposta non breve e articolata, come la questione dell’astensione merita. Premetto che il non-voto è un esercizio di libertà. Il suo opposto dovrebbe essere il “dovere civico” (così lo definisce la Costituzione) di andare a votare non il dovere legale, che pure esiste in alcuni paesi democratici. Il suffragio è un diritto a tutti gli effetti, del quale godiamo anche quando ci asteniamo. Anzi, l’astensione è un segno di libertà: nei regimi totalitari le piazze devono essere riempite e ai plebisciti si deve votare. Obbligare a votare è una scorciatoia che dovrebbe servire ad ottenere con poca fatica una pratica di “dovere civico”. Ed è proprio la scarsità della buona politica, messa a nudo da un’astensione che supera i voti espressi, che deve preoccupare. Il declino di interesse per il voto è segno di una relazione di indifferenza e fastidio con la politica e i suoi praticanti, tra i quali va inclusa la pletora di intrattenitori televisivi e cartacei che hanno monopolizzato a tutti gli effetti l’opinione. Il cittadino è sondaggiato sulle opinioni che interessano i mandanti del sondaggio; le sue opinioni sono ignorate, letteralmente. Quindi, se si vuol fare un esame delle ragioni della disaffezione al voto si deve volgere lo sguardo prima di tutto a coloro che sono i professionisti della politica: dalla formazione dell’opinione alla discussione informale pubblica, alle campagne elettorali. Abbiamo da un po’ di anni una situazione che si potrebbe chiamare di monopolio della parola (populistico o non che sia). E abbiamo un associazionismo politico – i partiti — che ha sempre più un’identità circense, interessato a lanciare giocolieri e battere cassa con i like, desideroso di un pubblico infantilizzato che ride e applaude a comando. L’Aventino del non-voto è anche rispetto a questo gioco politico, che evidentemente non piace. Se l’associazionismo politico si rianimerà nelle forme del discorso e della passione civica, anche gli elettori torneranno a giocare. “Portarli a votare” è un’espressione paternalista che ricorda i genitori che portano i figli a scuola. A votare ci si va per propria scelta. Per esserci scelta deve esserci un’offerta convincente. Non basta fare il tour dei quartieri popolari per essere scelti dal popolo. Non basta anche perché, diceva Machiavelli, il popolo ha una saggezza non improvvisata.

Nel merito dei risultati. Nelle grandi città, il centrosinistra elegge al primo turno i sindaci a Milano, Bologna, Napoli e va al ballottaggio a Roma e Torino. È stata premiata la scelta di candidature all’altezza o c’è anche dell’altro?
Probabilmente sono state premiate tutte e due le cose. Se un candidato riesce a convogliare più voti di quelli possibili col suo partito, significa che esiste una coalizione che funziona. Capisco che questo sia un cruccio per i critici dell’alleanza elettorale PD-5Stelle. Ma ci si dovrà pur fare una ragione se si vuole fermare la destra. E questa volta la destra è stata fermata. L’altro di cui mi chiede non so dove stia o che cosa sia.

Il crollo dei 5Stelle. Candidati sconfitti praticamente ovunque. A Roma, Virginia Raggi ha registrato il risultato peggiore nella storia per un sindaco uscente. Per i grillini è suonata la campana, e, se sì, ha ancora senso rilanciare, come ha fatto Enrico Letta, un’alleanza con i 5Stelle in prospettiva delle elezioni politiche del 2023?
Il crollo di Virginia Raggi non equivale al crollo dei 5stelle. “Crolli” e “tenute” sono esercizi retorici che piacciono molto ai commentatori del “dopo”. Lei vede onestamente delle grandi forze numeriche alle quali il Pd potrebbe allearsi elettoralmente? Io non le vedo. Per lo meno: cadute di amministrazioni pentastellate e prosciugamento del bacino elettorale sono due cose molto diverse.

Il voto dà conto di un centrodestra se non ridimensionato certamente “ammaccato” e diviso. È solo un problema di candidature impresentabili?
Non capisco la bonaria rappresentazione che dà del centrodestra (non paragonabile a quella più pesante dei 5 Stelle). Il centrodestra è crollato. Non è solo ammaccato. Una destra (questa sì) radicale, populista o neofascista: questa non è solo ammaccata. Un Pd capace e civile e un governo che non è tirato per la giacchetta dal no-vax Salvini: sono due ottime strategie. Il crollo inquietante della Bestia e le brutte frequentazioni di Fratelli d’Italia: tutto fa sperare che la destra dopo questa batosta si ridimensioni.

La metto giù brutalmente: Mario Draghi può essere soddisfatto dell’esito di questa tornata elettorale?
Credo che i venticelli che dalle amministrative giungono all’Olimpo non facciano male, ma solo bene. Benché fuori stagione, questo per il governo può essere un buon ponentino, un sollievo rispetto l’afa salviniana. Il governo sta meglio oggi.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.