In Calabria sta succedendo qualcosa di pericoloso, devastante: si sta rompendo il patto democratico con lo Stato. Si marcia, di errore in errore, verso il disastro. Un pezzo, grande, di periferia, ormai abbandonato a se stesso. Alla deriva, un distacco che si propagherà a Sud. Non è il piagnisteo solito, il dare la colpa agli altri: è la coscienza di un punto di non ritorno, l’ipogeo raggiunto, superato. La vicenda del commissario Cotticelli e di Zuccatelli, di una Regione costretta in zona rossa non per i numeri degli infettati, ma per la disarmante resa della Sanità, del Governo, della Regione, per il venir meno della ragione fondante dello stare insieme: rinunciare a molte libertà individuali per fondersi in un principio di solidarietà che curi, migliori, sia futuro.

Il Governo ha cacciato un commissario alla Sanità per manifesta incapacità di risolvere il problema, lo ha fatto dopo averlo tenuto in carica per due anni e dopo averlo riconfermato, solo tre giorni prima, per altri tre anni. Ha nominato un nuovo commissario che si annuncia pericolosamente vicino, per capacità risolutive, al precedente. Entrambi arrivano dopo un altro commissario del Governo. E tutti incarnano una surroga della democrazia, ormai strumento abituale dello Stato nel rapportarsi con la Calabria. È mancato, e magari arriverà, il commissariamento dei talami, come atto finale, che dettasse i tempi dell’amore ai calabresi. Tutto ciò che significava autonomia locale è finito nelle mani di prefetti, generali e magistrati in pensione, o funzionari del ministero degli interni o comunque in delega di qualche potere centrale. E tutto è accaduto senza che la situazione migliorasse, con una dilatazione dei problemi e non una loro contrazione, o contenimento.
La corsa della Calabria è stata un percorso inverso allo sviluppo, alla liberazione.

Si togliessero un po’ di orpelli della modernità, si ripiomberebbe in un’epoca lontana, scomparsa dal resto dell’Occidente. Un quadro del genere rappresenta un mosaico da miriadi di tessere, trovare incolpevoli sarebbe arduo. Il fallimento più grande è quello statuale, plastico, evidente nella caduta del sistema sanitario, che ha superato l’affanno del sistema economico, di quello sociale. Il Governo continua a ignorare la situazione reale, magari se la fa raccontare da chi abbia un interesse a falsarla. Sul posto lo Stato è assente, il presidente della Giunta, purtroppo, è morto, al suo posto un facente funzioni che non era nemmeno stato eletto, abilitato alla sola amministrazione ordinaria. La Calabria è orfana di direzione, di punti di riferimento, in uno dei momenti più tragici dell’umanità. Resta a ricordo, e simbolo, dello Stato, un formidabile sistema repressivo, come se la questione calabrese fosse esclusivamente un caso criminale. Resta un nuovo commissario portato dalla Romagna, a significare che in loco non si possano reperire capacità. Resta un rapporto logorato, teso, che presto si romperà.