Un’occasione perduta. Forse per i detenuti. Ma sicuramente per la Regione Lombardia, che ha fatto una figuraccia, respingendo al mittente un contributo di 900.000 euro destinati all’housing sociale per i carcerati. Il fondo era stato stanziato dalla Cassa delle Ammende, un istituto con finalità sociali creato da Mussolini e rilanciato nel 2017 anche con la nuova presidenza di Gherardo Colombo. L’ex pubblico ministero milanese da tempo manifesta una particolare sensibilità nei confronti dei diritti dei detenuti e del carcere, di cui di recente ha auspicato si possa arrivare all’abolizione, in una società in cui non sia più necessario e si pensi a modalità diverse di espiazione della pena. L’erogazione del fondo di 900.000 euro aveva come finalità il reperimento di locali per detenuti in uscita dal carcere, sia per coloro che avessero terminato di scontare la pena, sia per detenzione domiciliare negli ultimi mesi. Un’iniziativa significativa sia per i detenuti che per l’intera società. Non c’è bisogno di consultare le statistiche infatti per sapere che il modo migliore per evitare le recidive dei reati è quello di riuscire a garantire al detenuto la possibilità di una casa, come punto di partenza per poter trovare un lavoro. In modo da far coincidere l’uscita dal carcere con l’uscita dalla vecchia vita.

La Regione Lombardia avrebbe potuto gestire i fondi facendo un pubblico avviso in modo da assegnare poi la gestione pratica dell’aiuto ai carcerati alle tante associazioni e cooperative del terzo settore che abbondano nella terra di Verri e Beccaria. Invece l’assessora leghista alla famiglia Silvia Piani ha risposto picche alla Cassa delle Ammende rimandando l’assegno al mittente. Prima di tutto perché ritiene «non condivisibile la scelta di prediligere interventi di deflazionamento della popolazione detenuta, come l’adozione di misure di detenzione domiciliare, anche in funzione delle esigenze di tutela delle persone offese dal reato». Secondariamente perché l’assessora ritiene che i fondi andrebbero meglio utilizzati «per tutelare la salute degli agenti di polizia penitenziaria, come riconoscimento del lavoro che svolgono».
Un vero sgarbo istituzionale nei confronti dell’Ente che aveva deciso di erogare la somma con precise finalità indirizzate al reinserimento dei detenuti, anche perché non pare opportuno dare suggerimenti alla generosità e ipotizzare destinazioni alternative dei fondi offerti. Ma anche un danno d’immagine per la stessa Regione Lombardia e il suo Presidente Attilio Fontana, un avvocato che ha sempre mantenuto l’immagine di garantista e che ha ben altri problemi in questo momento, con la gestione della “fase2” per l’uscita dal contagio di Covid-19 in un territorio ancora in situazione problematica.

Non è un caso se proprio dall’interno della stessa Regione si sia levata la prima voce critica. E che voce. «Sono amareggiato e ho chiesto un incontro urgente al presidente Fontana», dice al Riformista Carlo Lio, Difensore regionale dei diritti e Garante dei detenuti. Lio ha un’altra storia, viene dal mondo socialista (è stato sindaco di Cinisello Balsamo, cintura operaia di Milano) e in seguito ha contribuito alla costruzione della cultura del garantismo di Forza Italia. Anche in questi giorni ha continuato a entrare nelle carceri e a svolgere, pur con mille cautele, incontri con i detenuti. «Esprimerò al Presidente il mio dissenso e il mio disappunto per una decisione che ci impedisce di utilizzare quei fondi per iniziative di sostegno al mondo carcerario di cui oggi più che mai c’è un gran bisogno», dice con fermezza.

Si fa vivo, dalle colonne milanesi del Corriere, anche don Gino Rigoldi, da sempre cappellano dell’Istituto minorile Beccaria e uno dei sacerdoti più attivi ( poche parole e molti fatti) nel mondo carcerario. «Aiutare un fratello o una sorella che ha sbagliato è comandato dal Vangelo», ricorda, precisando che certi consigli del tipo attenti perché un detenuto reinserito giova a noi tutti, per un cristiano sono inutili. E chissà (ma questa è una malizia della redattrice) se pensava a Matteo Salvini e al suo rosario, mentre vergava queste parole.

«La scelta della Regione Lombardia di rifiutare il finanziamento di quasi un milione di euro – commenta con rammarico L’Osservatorio carcere territorio Milano – offerto da Cassa Ammende, è grave e incomprensibile, anche alla luce della stessa Legge regionale che regola gli interventi in ambito penale. Quei soldi sarebbero serviti per garantire un alloggio provvisorio e un accompagnamento socio-educativo a persone ormai vicine al termine della pena. Persone escluse dall’accesso alle misure alternative solo ed esclusivamente perché sono povere e non possiedono una casa propria».

Per fortuna comunque c’è anche la buona notizia. La saggezza del dottor Colombo e del consiglio di amministrazione di Cassa delle Ammende ha suggerito una toppa che per una volta è meglio del buco creato dall’assessora lombarda, e ha deciso di dirottare i 900.000 euro al Provveditorato regionale delle carceri, che saprà come ben gestirli. Per l’housing sociale dei detenuti. Ma con quali tempi? Qualche mese passerà, prima che si faccia la dichiarazione d’intenti per il terzo settore, si teme. Doppia figuraccia per la Regione Lombardia.