Non chiedeva altro se non il permesso di assistere i figli gravemente malati senza esporre se stessa, i familiari e le compagne di cella al rischio del contagio da Coronavirus. Una possibilità prevista dalla Costituzione e dalla legge, ma rafforzata dal parere favorevole della direttrice del carcere, dalla relazione stilata dal Gruppo di osservazione e trattamento, dal magistrato di Sorveglianza e persino da una sentenza della Consulta. Eppure tutto ciò non è bastato a Claudia (nome di fantasia) per vincere le resistenze di un pm che, ancorato a una concezione del diritto che non conosce buonsenso né umanità, le ha negato la detenzione domiciliare.

La storia della giovane, detenuta dal 2018 a Pozzuoli dopo una condanna definitiva a nove anni per fatti di droga, è la cartina di tornasole di una giustizia per la quale la credibilità fa necessariamente rima con inflessibilità. Nulla vietava alla donna, madre di due figli affetti da una grave forma di emofilia che impone continui prelievi e somministrazioni di farmaci, di scontare la pena nella sua casa di Maddaloni fino al 30 aprile: un “permesso di necessità prolungato”, giustificato dal “rischio, per tutti i soggetti che si allontanano da una struttura protetta come un istituto penitenziario, di essere esposti al contagio e di diffondere la patologia al loro rientro”. Provvedimento di cui il giudice avrebbe potuto anticipare o prorogare la scadenza sulla base delle misure adottate dal governo per contenere la pandemia.

Favorevoli erano la direttrice del carcere di Pozzuoli, il Gruppo di osservazione trattamentale e la Sorveglianza di Napoli, forti di una serie di elementi. Claudia, infatti, aveva sempre rispettato le prescrizioni contenute nei permessi che il magistrato le aveva accordato dal 2018 in poi. A cominciare da quelli che le avevano consentito di accompagnare i figli dallo specialista in tre circostanze a quelli sulla base dei quali la giovane poteva allontanarsi tre volte a settimana dal carcere sempre per assistere i bambini. Già, perché i due piccoli di sei e sette anni non possono essere accuditi dal padre, anch’egli detenuto per fatti di droga, e sono affidati alle cure del nonno, anch’egli affetto da emofilia.  Nonostante ciò la Procura di Napoli non ne ha voluto sapere e ha presentato reclamo contro il provvedimento del magistrato di sorveglianza che avrebbe consentito a Claudia di scontare la pena a casa.

Ora sarà il Tribunale di sorveglianza a pronunciarsi sulla vicenda. Nel frattempo Andrea Scardamaglio, l’avvocato che assiste Claudia, ha già presentato una nuova istanza di detenzione domiciliare sulla base della sentenza con cui, nel 2017, la Corte costituzionale ha chiarito la possibilità di scontare la pena a casa per le madri di figli gravemente malati, di età inferiore a dieci anni e privi di altri familiari che possano assisterli: l’occasione, per la magistratura, di aprirsi a quel senso di umanità cui anche la Costituzione fa riferimento.