Incassata la sconfitta alle comunali napoletane, Catello Maresca si prepara a guidare l’opposizione di centrodestra. Lo ha annunciato lo stesso pm, precisando di essere pronto anche a riprendere servizio in magistratura in una sede fuori regione che il Csm non gli ha ancora assegnato. Ma come? Una toga che esercita contemporaneamente le funzioni di consigliere comunale e quelle di pm o di giudice? Proprio così. «In magistratura non è prevista l’aspettativa per i consiglieri comunali, ma solo il permesso di partecipare alle sedute dell’assemblea», ha spiegato l’ormai ex sostituto procuratore generale partenopeo. Insomma, dopo il primo caso Maresca, nato quando al pm fu contestato di fare campagna elettorale da sindaco con la toga sulle spalle, c’è ora un “Maresca bis” che impone un intervento del legislatore sulle “porte girevoli” tra politica e magistratura.

Ipotizziamo che Maresca – la professionalità del quale non può essere in alcun modo contestata – venga trasferito in Sicilia. D’altra parte è stato lui, all’inizio della campagna elettorale, a dirsi pronto a rientrare in magistratura e a dare la caccia al boss Matteo Messina Denaro, una volta conclusa l’esperienza politica. E ipotizziamo anche che, nel corso di un’indagine, sotto la lente d’ingrandimento di Maresca finisca qualche esponente del centrosinistra siciliano. Quest’ultimo potrà sentirsi sufficientemente garantito alla luce del fatto di essere stato messo sotto inchiesta da un pm che soltanto pochi mesi prima faceva campagna elettorale al fianco di Matteo Salvini e che adesso guida l’opposizione di centrodestra nel Consiglio comunale di Napoli? La risposta potrebbe anche essere negativa, per quanto Maresca sia stato e resti un magistrato notoriamente corretto e intellettualmente onesto.

Il paradosso è che tutto ciò avverrebbe in una cornice di assoluta legalità. La precisazione fatta da Maresca è corretta: la legge non prevede l’aspettativa per i magistrati che siano stati eletti consiglieri comunali. Tanto è vero che, al momento, le toghe in aspettativa per mandato politico sono soltanto il presidente pugliese Michele Emiliano, i parlamentari Cosimo Ferri e Giusi Bartolozzi e la deputata europea Caterina Chinnici, oltre i 16 membri togati del Csm. Ciò non toglie, tuttavia, che la pratica delle “porte girevoli” tra politica e magistratura sia inaccettabile e vada in qualche modo cancellata. Come? C’è chi suggerisce addirittura di rendere i magistrati incandidabili o di imporre loro le dimissioni al momento dell’ingresso in politica. E poi c’è chi propone di assegnare funzioni amministrative alle toghe entrate a far parte di assemblee elettive, sottraendo loro le funzioni requirenti o giudicanti.

Le soluzioni, quindi, ci sono. Manca, invece, la volontà di affrontare una questione politicamente rilevante. Torniamo all’esempio di Maresca: magari il pm napoletano si terrà prudentemente fuori dai procedimenti riguardanti esponenti politici, ma un tema così cruciale per la tenuta democratica del Paese non può e non dev’essere rimesso alla sensibilità del singolo. Ecco perché servono norme chiare sul rapporto tra politica e magistratura. E servono subito. A meno che non si voglia accettare un ulteriore appannamento della credibilità delle istituzioni e di chi è chiamato a rappresentarle.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.