È bastato un annuncio in una stazione della linea rossa del métro in cui ci si scusava per un ritardo dovuto a una “presenza non gradita” su un treno, per seminare il panico. Nella città di Gian Giacomo Mora e della caccia agli untori basta un niente, persino uno starnuto su un tram deserto di una persona seduta a distanza non certo ravvicinata, per far dimenticare la storia della città di Verri e Beccaria. Ci si guarda di sottecchi tra le poche persone presenti nella stazione del métro dove si immagina con sospetto quella “presenza non gradita”.

Pochi viaggiatori, perché Milano somiglia ancora, nonostante svariati appelli per un ritorno alla “normalità” (per quanto possibile), a una grande piazza deserta dipinta da De Chirico, con stati d’animo che – per restare in tema artistico – si avvicinano molto allo straniamento e alla solitudine dei quadri di Edward Hopper. Milano non è nella “zona rossa” dove (forse) si è radicato e poi sviluppato il Coronavirus, pure i suoi abitanti, che ultimamente sono persino aumentati, invertendo il trend di decenni precedenti, sembrano schiacciati in una sorta di tenaglia di ansia che costringe a stare in casa in una forzata solitudine.

Davanti al televisore che ti inocula la paura, con il premier in maglioncino che ti mostra la sua faccia preoccupata per sedici volte in un giorno e tanto tempo per ragionare e sragionare. Intanto lo skyline della città è cambiato, i Navigli luoghi di movida sono spenti, Piazza Gae Aulenti dove svetta il grattacielo Unicredit che compete con Palazzo Lombardia (sede della Regione) perché quest’ultimo è più alto, ma l’altro lo supera se conti anche il pennacchio, è deserta con le sue fontane e le serrande dei bar tirate giù. Ma quella che dà una vera crisi di agorafobia è piazza Duomo. Non ci sono neanche i piccioni. È vuota. Grande e desolatamente sola.

Perché la novità vera, lo si avverte proprio nella zona più multietnica di Milano, è che sono spariti i turisti. Persino quelli che nella settimana della moda, tristemente finita con la sfilata di Armani a porte chiuse, intasano le strade e i ristoranti e sfrecciano sui taxi, sono spariti. E le lunghe fila di auto bianche sostano malinconicamente ferme e vuote. Sui marciapiedi non incontri nessuno. Pochissimi orientali di seconda o terza generazione affondano il visto in cupe mascherine nere, non ti guardano, hanno fretta. I loro genitori, che nella zona di via Canonica gestiscono decine di ristoranti di solito molto attrattivi, hanno chiuso tutto. Per rispetto, dicono loro. Perché hanno paura di essere aggrediti, suggeriscono altri. L’incubo dell’untore e il fantasma di Gian Giacomo Mora, cinese o lodigiano che sia, è una costante del pensiero.

Inutile cercare una spiegazione razionale. Tutti ci domandiamo perché. Perché mi ha telefonato il parrucchiere per sapere come mi sento e per chiedere se per caso confermavo l’appuntamento, visto che tutte le altre signore avevano disdetto? Perché quel mio conoscente che frequenta solo manager e docenti universitari si è ritrovato la casa vuota (erano rimasti in otto) dopo aver ordinato un catering per trenta persone, il numero degli invitati per il suo compleanno? Perché il cameriere di un ristorante dove si fa la fila anche se hai prenotato, quando fisso per il giorno dopo, lascio il nome e chiedo se desiderano altro (come il numero di telefono) mi dice sottovoce, quasi implorando, “mi basta che veniate”?

Milano è diventata uno stato d’animo. Ma oggi è il 29 febbraio di questo malefico anno bisestile. E si sente già serpeggiare sottopelle quella voglia tutta milanese di reagire, si prende qualche appuntamento nei bar che finalmente riaprono, o anche semplicemente nelle strade, per riempirle un pochino, non troppo che c’è il virus in agguato, ma un pochino sì, accidenti! E poi c’è il primo marzo che aspetta. Domani è un altro giorno.