«Il dissesto del Comune di Napoli si poteva evitare nel 2011 riducendo i debiti fuori bilancio, contrastando l’evasione e abbattendo gli sprechi, ma il sindaco non volle attuare quelle misure. Come se ne esce? Con risorse adeguate, ma soprattutto con le riforme che nessuno ha mai avuto il coraggio di approvare»: la pensa così Riccardo Realfonzo, economista ed ex assessore comunale al Bilancio, il primo a segnalare le drammatiche condizioni delle casse di Palazzo San Giacomo.

Ora che Manfredi ha denunciato la disastrosa situazione delle finanze napoletane, tutti si scandalizzano. Ma la politica, in questi anni, dov’era?
«Direi che chi si scandalizza o ha vissuto sulla Luna o fa teatro. A Napoli anche i bambini sanno che il Comune è da anni in bancarotta. Personalmente, fin dal 2013 ho spiegato che il Comune era di fatto in dissesto e da allora le cose sono costantemente peggiorate. Una parte della politica, anche di centrosinistra, ha più volte strizzato l’occhio al sindaco e ora, fuori tempo massimo, si finge sorpresa. Ci vorrebbe un sussulto di dignità».

Il dissesto si poteva evitare?
«Il dissesto si poteva evitare quando la prima giunta de Magistris si insediò, nel 2011. Era molto chiaro come fare e io, in qualità di assessore al Bilancio e alle Partecipate, elaborai un articolato pacchetto di proposte specifiche: riorganizzazione della macchina comunale e delle società partecipate, lotta ai debiti fuori bilancio, contrasto vero alle diverse forme di evasione, rafforzamento dei meccanismi di riscossione, valorizzazione del patrimonio immobiliare, utilizzo adeguato dei fondi europei. In poche parole, riforme radicali all’insegna della legalità e della buona amministrazione».

Che cosa ha impedito il risanamento dei conti da più di dieci anni a questa parte?
«Le proposte che avevo avanzato furono ritenute impopolari o in contrasto con la linea politica del sindaco, pertanto bloccate. E ciò benché quelle proposte fossero parte sostanziale del programma economico elettorale che proprio io avevo redatto. E qui, non senza un sospiro di sollievo, a metà 2012, finì la mia avventura al Comune. Quelle riforme non sono state realizzate nemmeno successivamente e il piano di riequilibrio che l’amministrazione presentò alla Corte dei Conti, e che ha permesso di accedere a nuove risorse, ha fatto acqua da tutte le parti come d’altronde era stato facile prevedere. Poi sono intervenute una serie di norme demagogiche che hanno permesso di perpetuare lo stato comatoso del Comune e oggi ci ritroviamo con un buco di bilancio da almeno tre miliardi».

La vicenda mette in discussione anche il controllo operato dalla Corte dei conti?
«Credo che la Corte dei Conti della Campania abbia sempre operato con grande professionalità. E nel 2013, al termine di una disamina impietosa del Piano di riequilibrio redatto dal Comune, chiese opportunamente il dissesto. Viceversa, non ho mai compreso le motivazioni con le quali le Sezioni Riunite romane della Corte abbiano accolto il ricorso del Comune. Quanto è successo in questi ultimi anni, con il buco di bilancio quadruplicato, dimostra che aveva ampiamente ragione la Corte campana».

Ora, dopo la sentenza con cui la Consulta ha chiarito che il deficit extra non può essere spalmato su 30 anni, si invoca una norma salva-Comuni: è d’accordo? Come dovrebbe essere strutturata e che cosa dovrebbe prevedere?
«Intanto vorrei chiarire che il dibattito cittadino è a tratti surreale. La legge in vigore dice che il dissesto va dichiarato obbligatoriamente quando ve ne sono le circostanze, non si tratta di una cosa che si può scegliere di fare o no. Ciò detto, è necessaria una norma che permetta alla capitale del Mezzogiorno di tirare una linea e ripartire. Ma attenzione, ciò non deve sostanziarsi in un colpo di spugna. Bisogna fare piena luce su ciò che è avvenuto in questi anni, perché solo così si può evitare di ripetere gli stessi errori e gettare al vento soldi pubblici. Napoli ha bisogno di risorse, ma più ancora ha bisogno di buona amministrazione, riforme e una gigantesca iniezione di legalità».

Si parla della dismissione di beni comunali come l’ippodromo di Agnano e il palazzo di Via Verdi: servirà?
«Sono contrario alla svendita degli asset pubblici. Direi che i napoletani hanno già pagato un prezzo troppo elevato alla malapolitica».

Cosa bisogna fare per rimuovere i problemi strutturali del bilancio di Napoli, a cominciare dall’incapacità di riscuotere i tributi?
«Ripartire da dove mi hanno bloccato. Da quelle riforme finalizzate a riorganizzare il personale, a realizzare una azione seria di contrasto all’evasione e all’occupazione abusiva del suolo pubblico, a combattere sacche di sprechi e privilegi. E poi occorre inserire manager qualificati nelle società partecipate, organizzare una gestione razionale dell’immenso patrimonio comunale e partecipare con competenza all’utilizzo dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. In assenza di tutto ciò, Napoli non potrà rimettersi in moto».

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.