Tra le entrate nei bilanci dei Comuni ha un’importanza rilevante la vendita di beni o di servizi che l’amministrazione locale può mettere a disposizione della collettività. Parliamo di proventi che possono garantire un volume di affari tale da contribuire al funzionamento della macchina comunale. Ebbene, quanto incassa il Comune di Napoli? Pochissimo: questi introiti hanno un’incidenza dell’1,83% sul bilancio. Peggio del capoluogo campano fa solo Messina che non raggiunge l’1,5%. In cima alla classifica stilata da Openpolis c’è Milano, con un’incidenza sul bilancio del 16,96%, seguita da Verona e Venezia che si fermano al 10% .

La voce di bilancio dedicata a “Vendita di beni, servizi e proventi derivanti dalla gestione di beni”, dunque, per Palazzo San Giacomo quasi non esiste. Questa parte del bilancio è inclusa nella missione “Entrate extra-tributarie”. Quest’ultima voce è a sua volta suddivisa in due comparti: le somme relative ai proventi dalla vendita di beni di consumo e quelli derivanti dalla gestione di beni. Nella prima sottovoce troviamo le entrate derivanti dalla vendita sul mercato di beni sanitari, floreali o faunistici, o gli incassi legati al mercato di energia, acqua, gas e riscaldamento. Ma in questa parte del bilancio vengono inserite anche le entrate derivanti da altri numerosi settori. Alcuni esempi sono i proventi da asili nido, corsi extra-scolastici, impianti sportivi, mercati e fiere, teatri, strutture residenziali per anziani, parcheggi a pagamento, bagni pubblici e molti altri servizi a pagamento per gli utilizzatori finali. I proventi derivanti dalla gestione dei beni, invece, comprendono le entrate provenienti dai canoni per l’utilizzo e la concessione di beni di cui dispone l’ente comunale. Si tratta di fitti, noleggi e locazioni per beni mobili ma anche immobili, come edifici e terreni.

Anche qui i numeri che abbiamo pubblicato su queste pagine nei mesi scorsi rivelano un’incapacità di riscossione su ogni fronte. Le affissioni pubblicitarie, invece di rappresentare una fonte di reddito per il Comune, costituiscono incredibilmente un costo: tre milioni devoluti ai concessionari per un milione e mezzo di introiti. Per quanto riguarda il Cosap, cioè il canone di occupazione suoli e spazi pubblici, in intere aree della città si registrano un’evasione e un’elusione pressoché totali, mentre in altre zone gli importi da versare risultano irrisori. Si pensi che il Comune di Napoli incassa un settimo di quanto ricava quello di Torino, ma a fronte di un suolo occupato molto più esteso. Disastro anche per quanto riguarda le multe: su 100 sanzioni il Comune ne riscuote 16; su mille tributi, invece, non va oltre 400. E le prove del malfunzionamento della macchina amministrativa sono ancora molte, considerando anche che Palazzo San Giacomo spende una cifra enorme per gli staffisti  per gli organi istituzionali in generale, per l’arredo urbano o per la formazione del personale comunale, e che il risultato è quasi sempre deludente. Sarà anche per questo che il Comune annega in un mare di debiti che, considerando il passivo delle partecipate, tocca i quattro miliardi di euro.

Nei giorni scorsi la Corte Costituzionale ha fatto suonare il secondo campanello d’allarme, in poco più di un anno, per il sindaco Luigi de Magistris e la sua giunta arancione, chiarendo come l’orizzonte temporale per mettere a posto i conti vada ridotto da 27 a 3 o al massimo 5 anni. È la seconda volta dall’inizio del 2020 che la Corte Costituzionale boccia la contabilità del Comune. All’inizio dello scorso anno la Consulta aveva statuito: «Utilizzare le anticipazioni dello Stato per coprire disavanzi nascosti o per liberare risorse per altre spese è Illegittimo». Insomma, un disastro dopo l’altro. Viene da chiedersi dove saranno trovati i soldi per ripianare il debito. Ma anche stavolta la fortuna gira dalla parte di Dema, come quando in Consiglio comunale, a dicembre 2020, è stato approvato il suo bilancio. Ora è Roma a tendergli una mano. Dal Governo, infatti, dovrebbero arrivare i ristori bis con l’obiettivo di far incassare tasse che altrimenti gli enti locali, Napoli in primis, non avrebbero mai incassato per intero, ma anche una manovra per alimentare il fondo per i Comuni in predissesto. Dema si salverà di nuovo. Napoli, invece, che fine farà?

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.