«Il Libano può avere un futuro solo se cambia radicalmente il suo sistema politico-costituzionale, superando la logica confessionale. La ricostruzione non è solo un fatto finanziario ma è legata a un cambiamento delle regole istituzionali». Ad affermarlo, in questa intervista a Il Riformista, è una persona che il Libano l’ha conosciuto veramente, e sul campo: l’ambasciatore Giuseppe Cassini, che ha conosciuto il Paese dei Cedri in momenti particolarmente drammatici della sua storia. Cassini, infatti, è stato Ambasciatore in Libano dal 1998 al 2002, ed è stato il primo diplomatico a raggiungere il Sud Libano dopo il ritiro israeliano. Successivamente, è stato Consigliere diplomatico del Comandante del Contingente militare italiano nel quadro della missione Unifil. Ed era in Libano nei giorni della guerra del 2006.

Ambasciatore Cassini, il Libano sta vivendo giornate drammatiche, successive alla tragedia dell’esplosione al porto di Beirut. Le dimostrazioni di piazza si susseguono, come gli scontri, mentre l’intero governo ha rassegnato le dimissioni. Il Libano è un Paese definitivamente in ginocchio?
Il Libano è un Paese che nel giro di poco tempo ha dovuto fare i conti con quattro gravissimi “infortuni”, se così possono essere definiti, uno dietro l’altro, che avrebbero messo in crisi anche Paesi più solidi: il primo è la guerra in Siria, che ha prodotto l’esodo di oltre un milione di profughi siriani in Libano. Una enormità viste le dimensioni del Paese e della sua popolazione. Il secondo “infortunio” è il crollo bancario su cui si teneva in piedi il sistema economico e finanziario libanese, visto che stiamo parlando di un Paese che esporta nulla e importa tutto. Quel castello finanziario che teneva su il Libano è crollato l’anno scorso. Subito dopo è arrivato il Covid, aggravando ulteriormente una già disastrata situazione sanitaria, e ora questa assurda esplosione che dopo Hiroshima e Nagasaki è la più grave al mondo. Una tragedia dovuta alla negligenza burocratica. Era stato chiesto tante volte di svuotare quel deposito. Tra l’altro il presidente del porto, che io ho avuto modo di conoscere, viene indagato ma credo che sia il meno responsabile di tutti. Quattro gravissimi “infortuni” possono mettere in ginocchio il Libano, ma che poi, la sua storia lo insegna, si dimostra capace di ritirarsi su. Però bisogna che cambi completamente la sua Costituzione, come giustamente ha rimarcato Macron. Questo è il punto su cui nei prossimi mesi si verificherà se il Libano è capace di cambiare totalmente quel sistema di corruttela legato a un sistema “democratico” imperniato su 17 sette religiose.

Sabato, nella “giornata della collera”, migliaia di libanesi radunatisi a Piazza dei Martiri reclamavano un cambiamento di regime e di classe dirigente. Ma questo è possibile senza che si cada in una nuova, devastante, guerra civile?
Non credo che ci possa essere una guerra civile, questo no. Perché la novità è che non ci sono sunniti contro sciiti, cristiani contro drusi etc. Ormai tutte le gioventù, di ogni setta, sono, tutte insieme d’accordo che devono cacciare i loro caporioni. Ma per cacciarli è necessario che ci sia un sistema costituzionale ed elettorale diverso. È vero che è “democratico” il sistema attuale, perché ci sono 17 sette partitiche, ma per l’appunto sono sette etnico-religiose. E il sistema fa sì che tu non puoi votare per uno che non sia della tua giurisdizione religiosa. Per questo è indispensabile il cambiamento totale del sistema costituzionale ed elettorale. Però siccome il Libano è pieno di gente in gamba, se uno volesse, teoricamente, cambiare con un colpo di bacchetta magica la leadership, avrebbero a iosa persone bravissime, competenti. Pensiamo ai tanti libanesi che operano fuori dal Paese. Se solo una parte di loro tornasse, e fosse messa nelle condizioni di esprimere le proprie capacità, il Libano tornerebbe a fiorire.

Il Libano è sempre stato usato da attori esterni come un campo di battaglia o comunque un protettorato, uno Stato a sovranità limitata. Ma un Paese su cui tante mani vogliono agire, può trovare quella via del cambiamento da lei sottolineata?
No, non può. Io sono genovese, la Repubblica di Genova non è mai stata uno Stato. Venezia lo era. Il Libano è la stessa cosa: non è uno Stato, ma un insieme di “protettorati” occulti ma neanche poi tanto. Io non credo che possa mai diventare uno Stato, se non come federazione con la Siria, perché allora diventerebbe una cosa seria, e anche molto ricca, volendo. Il Libano da solo è stato inventato cento anni fa, un po’ come l’Iraq, e quindi è debole, e non può vivere senza “protettorati”. Ma se avesse una classe dirigente in gamba, che esiste ma che è impossibilitata ad agire da un sistema religioso che ingabbia il Libano. E per uscire da questa gabbia, il cambiamento radicale della Costituzione e del sistema elettorale è un passaggio ineludibile.

Quando si parla di Stato, si fa anche riferimento a uno “Stato nello Stato” libanese: quello di Hezbollah. Lei come Ambasciatore ha avuto a che fare con quel movimento. Lo ha conosciuto da vicino. E allora le chiedo: cosa è Hezbollah?
Hezbollah è ciò che era in Italia il Pci negli anni 50. Ha saputo diventare il tutore dei poveri, perché lo sciismo libanese era davvero composto da una massa di indigenti. Essendo i poveri dei poveri (e oggi quella sciita è con il suo 40% la più grande tra le comunità del Libano) c’è stato un partito che si è strutturato come un contropotere. Quello che c’è in più, rispetto al Pci di quei tempi, è che Hezbollah ha le armi. Però, la maggior parte dei libanesi considerano con fierezza il fatto che Hezbollah abbia armi piuttosto potenti, con missili che potrebbero colpire Tel Aviv, Haifa…Una capacità di deterrenza capace di condizionare Israele. Tuttavia, se è vero che sul piano militare Hezbollah è rimasto forte, è altrettanto vero che si è molto indebolito quanto alla capacità di attrazione verso la gioventù sciita. Emblematico di questo è il discorso fatto venerdì scorso dal loro capo, Hassan Nasrallah. Il suo è stato un discorso patriottico in cui, sotto sotto, si capisce che ammette di essersi indebolito. D’altro canto, era logico che ciò avvenisse: Hezbollah andava bene quando si trattava di combattere contro Israele che faceva ciò che voleva: ancora oggi, Israele fa ciò che vuole: i suoi caccia volano ogni giorno con i missili puntati per far intendere che lo spazio aereo libanese è suo. Hezbollah si sta indebolendo anche perché il suo grande finanziatore, l’Iran, è oggi messo proprio male tra sanzioni e crisi pandemica. Nasrallah lo conosco bene, è molto abile ed è uno che ci mette la faccia.

C’è chi ha scritto che l’esplosione di martedì scorso segna la fine del Libano.
Addirittura! Chi dice e pensa questo è un po’ digiuno in storia. Il Libano sopravvive da quattromila anni durante i quali ne ha viste di occupazioni, invasioni, guerre, conquistatori. I babilonesi, i romani, gli egiziani… tutti conquistavano il Libano, o per i cedri o per il mare. No, il Libano non è finito. Ma per non restare moribondo, deve cambiare profondamente, a cominciare dal suo sistema costituzionale. Le esplosioni di piazza sono temporanee, lasciano il tempo che trovano, ma il futuro è davvero nero. La ricostruzione del Libano è un fatto politico prim’ancora che economico. Non servono tanto gli aiuti economici, e il presidente francese lo ha detto quando si è recato a Beirut il giorno dopo la terribile esplosione: qui va cambiata la leadership. Una leadership corrotta e irriformabile. Ma questo, per quanto difficile, lo ritengo possibile. E lo è perché il Libano che ho imparato a conoscere è un Paese di gente capace, ingegnosa. E lo è la sua gioventù. Che guarda al futuro immaginandolo senza più vincoli confessionali.

Nel suo intervento di apertura della conferenza internazionale dei donatori, domenica a Parigi, il presidente francese Emmanuel Macron ha affermato, cito testualmente: “Oggi chi è interessato alla divisione e al caos”, in Libano, “sono i poteri che vogliono il male del popolo libanese”. Quali sono questi poteri, ambasciatore Cassini?
Per i sunniti l’Iran, per gli sciiti l’Arabia Saudita, e per i cristiani in fondo anche i francesi. Lei ha fatto riferimento alla conferenza dei donatori, su questo vorrei dire una cosa che potrebbe sembrare forte e poco politically correct…

Prego, ambasciatore…
Io penso che sia un errore quello di mettere giù 250-350 milioni di aiuti senza che prima ci sia una dimostrazione di un vero cambiamento costituzionale. Dico questo perché è da duecento anni che i libanesi vengono regolarmente aiutati, o militarmente o. soprattutto finanziariamente a salvarsi. Nella testa di ogni libanese alberga l’idea che quando c’è caos o peggio in Libano poi arriva la gente che ti aiuta finanziariamente. È una specie di maniera di succhiare il latte altrui da sempre. E poi ogni volta che succede qualcosa – questo lo posso testimoniare per conoscenza diretta – tutti i libanesi dicono che la colpa è di quelli che stanno fuori, cioè i famosi protettori oppure chiunque, tipo la Turchia, abbia da sempre mire “imperiali” sul Libano. Sarà la decima volta che tiriamo fuori i soldi, perché rimaniamo sconvolti dalla tragedia libanese e anche perché ci sentiamo un po’ responsabili. Ma in realtà, almeno in questo specifico caso, la colpa è tutta libanese, non c’è nessuna interferenza dei protettori stranieri, e dunque non mi pare una scelta lungimirante quella compiuta e che ha forte l’imprinting dei francesi, che siccome considerano il Libano il loro figlioccio, fanno queste conferenze, soprattutto per tirare fuori i soldi. E allora torno a insistere sul punto che ritengo davvero dirimente: una vera riforma costituzionale, che è ben altra cosa da piccoli aggiustamenti dell’attuale, è essenziale per uscire da questa situazione che resta esplosiva. Per sintetizzare il tutto con un detto famoso da noi: “pagare moneta, vedere cammello”, che riadattato alla vicenda libanese e al contributo della comunità internazionale, andrebbe, a mio avviso, riformulato così: fare riforma, vedere i finanziamenti.