«L’imprevedibile accade», diceva Margaret Thatcher. Infatti nel 1982 la Giunta militare argentina, un manipolo di assassini, pensò di mantenersi a galla solleticando le corde del nazionalismo (ovvero «l’ultimo rifugio della canaglia») occupando le Isole Falkland, ribattezzate per l’occasione “Malvinas”. La Lady di ferro non volle dare ascolto alle tante perplessità e contrarietà, interne ed internazionali, e decise di mandare la flotta dall’altra parte del mondo a riprendersi un pezzo di Regno Unito. La vittoria le diede una immensa popolarità che le consentì di portare avanti quella politica di rigore e risanamento che fino a quel momento aveva incontrato ostacoli anche nel suo partito (si diceva allora che il ruolo dei Tories era quello di “conservare” le scelte compiute dal Labour).

Ovviamente la guerra delle Falkland non c’entra nulla con il referendum di domenica e lunedì sulla decimazione dei parlamentari, tranne che per la caratteristica della “imprevidibilità”: nessuno si sarebbe aspettato che i generali golpisti osassero prendere a calci il sonnolento leone britannico, che il governo inglese se la prendesse tanto e che l’operazione militare condotta a migliaia di km di distanza, senza basi d’appoggio, avesse successo. Con un volo pindarico veniamo a noi. La legge costituzionale che riduce il numero dei parlamentari ( fino a 400 alla Camera e a 200 al Senato) è stata votata nell’ultima lettura dal 97% dei deputati. Era l’abbandono del “Ridotto della Valtellina” di fronte all’avanzare trionfante da alcuni decenni della forza vendicatrice dell’antipolitica, a cui era stato ceduto tutto (dalla sottomissione alle procure e al linciaggio mediatico passando per la rinuncia al finanziamento pubblico dopo aver rinunciato alle guarentigie che la Costituzione riconosceva, a buon motivo (ce ne siamo resi conto troppo tardi) ai parlamentari. Trasformarsi in vili, in delatori, in kapò, in pentiti del nulla di cui erano accusati, è l’atteggiamento che ha mantenuta accesa, nei superstiti delle vecchie classi dirigenti, la speranza di sottrarsi, il più a lungo possibile, all’ira del popolo (Churchill faceva l’esempio di chi nutre il coccodrillo allo scopo di essere mangiato per ultimo). Fino ad accettare che le pratiche consuete della politica da quando l’uomo è uscito dalle caverne diventassero nella famigerata legge Severino, fattispecie di reato sotto la voce di “traffico di influenze”.

Il referendum confermativo è stato promosso passando dall’uscita di servizio da una quota di parlamentari “redenti” che hanno sottoscritto la richiesta con lo spirito di chi intende compiere un atto simbolico, con la certezza di vedere il Sì trionfare nelle urne, ma potersi consolare ribadendo che «tutto è perduto fuorchè l’onore». Invece, ecco che «l’imprevedibile accade». Il No è in partita se se la gioca, mentre il fronte del Sì perde dei colpi e mostra delle crepe che fanno temere un probabile ed inatteso crollo. La cosa più singolare è che a fare campagna elettorale sono in prevalenza i sostenitori del No e, in difesa della legge, con più accanimento, sono i seguaci del “Sì buono” che intravvedono – a loro dire – un conato di riforma nella macelleria politica che deriverebbe dalla conferma popolare.

Chi scrive ha fatto un sogno. Si è ricordato di una votazione avvenuta nel 1985 in un altro referendum che sembrava perso in partenza: il referendum del 1985 promosso dal Pci per l’abrogazione del decreto (poi convertito in legge) sulla “scala mobile” varato dal governo Craxi l’anno precedente, dopo una battaglia parlamentare e sociale molto aspra, ma corretta, condotta dal Pci e dalla maggioranza della Cgil. La sfida dei sostenitori del No era tutt’altro che semplice: occorreva spiegare che l’indennità di contingenza non era un aumento salariale, ma un fattore che stabilizzava l’inflazione erodendo il potere d’acquisto delle retribuzioni. Lo scontro fu durissimo: Ezio Tarantelli – l’economista (consigliere di Pierre Carniti) che aveva sollevato il problema e proposto la soluzione – fu assassinato dalle BR. In soldoni, peraltro, si era calcolato che una vittoria del Sì avrebbe “risarcito” le buste paga di circa 360mila lire, nel frattempo “sottratte” (ovviamente guai a valutare la diminuzione del potere d’acquisto che sarebbe intervenuta in quello stesso periodo) in conseguenza del decreto detto di San Valentino.

Io condussi la battaglia del No in prima fila nel sindacato e sinceramente ero convinto di perdere (il Pci di allora era davvero una macchina da guerra). Invece prevalsero nettamente i No. Certo, i partiti e i sindacati che si erano schierati in difesa della legge non erano “gusci vuoti”, ma è altrettanto vero che l’elettorato volle chiudere i conti con l’inflazione (si era arrivati anche a livelli del 25%). E se il 21 settembre ci accorgessimo, dall’esito delle urne, che gli italiani non ne possono più della demagogia plebea che ci trasciniamo appresso da decenni?