«Perché, se prima faceva figo arrestare mafiosi e tangentisti, adesso fa figo dire che tutti, anche costoro, sono sempre presunti innocenti?». Bel quesito, quello posto dalla giornalista di Repubblica Liana Milella (che, nonostante il linguaggio, non è una dodicenne) a Nello Rossi, storico leader di Magistratura democratica e direttore della rivista online Questione giustizia.

Pare che, dunque, finalmente “faccia figo” applicare l’articolo 27 della Costituzione sulla presunzione di non colpevolezza, più che sbattere il mostro in prima pagina. Come mai? Forse perché è arrivata una ministra che si chiama Marta Cartabia e che, il 5 agosto scorso, ha fatto approvare dal governo uno schema di decreto legislativo che attua, con cinque anni di ritardo, una direttiva dell’Unione Europea vincolante per tutti gli Stati membri, “sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza”. Ora il testo è nelle mani dei deputati e senatori delle commissioni giustizia, che dovranno dare al governo pareri non vincolanti in tempi piuttosto stretti, visto che la versione definitiva del decreto dovrà essere approvata entro l’8 novembre. E che l’Europa sta aspettando che l’Italia dia una vera svolta anche sull’esibizionismo di alcuni procuratori e sul vincolo finora più stretto di un matrimonio tra di loro e certi cronisti giudiziari. Possibile però che un po’ di agitazione ci sia anche in Parlamento, magari negli ambienti dell’ex ministro or ora convolato a nozze con grande sfarzo (150 invitati e 70 uomini di scorta) e a cui facciamo i nostri auguri.

Ma intanto Milella ha già buttato il sasso nello stagno, battendo sui tempi persino l’occhiuto Travaglio, che se c’è da dare la mazzata finale al nemico che sta a terra è sempre pronto. Figuriamoci se poi il suo bersaglio è una che ha finora mostrato di avere in mano la scala reale come Cartabia. «Sta per esplodere la grana sulla presunzione di innocenza», comunica la cronista di Repubblica all’imbarazzato Nello Rossi, cercando di fargli dire che questo provvedimento è scandaloso perché non si potranno neanche mettere più i cittadini innocenti alla gogna e neanche continuare a passare le veline a cronisti giudiziari come Milella che sulle fotocopie (e poi sulle chiavette) hanno costruito la loro carriera. Uno è persino diventato direttore di un quotidiano!

Intanto va detto che alla giornalista di Repubblica non viene neanche in mente di temere un “bavaglio” alla stampa quando vengono arrestate persone accusate di omicidio, rapina, stupro o addirittura strage. Chi se ne frega di assassini e stupratori. Al cronista giudiziario passacarte del pm –lo posso dire per ventennale frequentazione di palazzi di giustizia- interessano solo “mafiosi e tangentisti”, laddove per mafiosi non si intendono tanto i capi di Cosa Nostra quanto piuttosto il consigliere comunale indagato per concorso esterno. Su questa distorsione mentale e politica, prima che professionale, sono campati fino a tempi recenti un certo giornalismo italiano e alcune trasmissioni televisive sempre pronte a celebrare il processo mediatico e a emettere la propria sentenza di condanna. Potremmo citarne una recentissima della Rai contro l’avvocato Giancarlo Pittelli e in onore di sua maestà reale il procuratore Gratteri.

Va detto che il magistrato Nello Rossi, artigliato con una certa virulenza dalla cronista, si difende come può, ricordando che, sebbene non sia stata (almeno questa volta) avviata dall’Unione Europea una vera procedura di infrazione della direttiva nei confronti dell’Italia, nella relazione con cui la Commissione europea un anno fa dava conto della situazione dei diversi Paesi, rispetto a noi ha fatto scattare “un campanello d’allarme”. Che evidentemente non ha turbato i sonni dell’allora guardasigilli Bonafede, e neanche dell’ex presidente del consiglio Conte. I quali forse preferivano continuare ad assistere a un andazzo che considerava più “figo” che giornali e tv campassero di gogne di innocenti e che i pm costruissero carriere politiche passando le carte segrete al cronista amico . La parola “innocente” scandalizza la povera Milella, disperata perché Rossi non le dà corda. Lui arriva a parlare, preoccupato, di come viene presentato l’indagato sottoposto a custodia cautelare.

«Il governo si è chiesto –ipotizza- se la presunzione di innocenza non sia vulnerata e contraddetta, prima di una sentenza definitiva, da dichiarazioni colpevoliste delle autorità pubbliche o dalle stesse motivazioni dei provvedimenti giudiziari adottati nel corso dei procedimenti, ad esempio per l’adozione delle misure cautelari». Crolla un mondo, se anche un magistrato usa queste parole. Addio a orgasmi nelle conferenze stampa di Gratteri. Addio con rimpianto alle storiche incursioni di cronisti nell’ufficio dove Tonino Di Pietro in ciabatte sgranocchiava moncherie, addio veline sulla (molto presunta) vita sessuale di Massimo Bossetti. Tralasciando un intero mondo di veline, da Craxi a Berlusconi. Ma che già mostravano un sistema al tramonto nei tentativi scandalistici contro Matteo Salvini e la Lega. Non molta fortuna hanno avuto finora infatti la vicenda dei 49 milioni o le intercettazioni in terra russa, piuttosto che le forniture di camici in Regione Lombardia.

Con il decreto dovrebbe cambiare tutto. Si dovrebbe ristabilire il rapporto gerarchico tra il procuratore capo e i sostituti (ma anche le forze di polizia). Le uniche “veline” consentite dovranno essere i comunicati ufficiali, e le conferenze stampa dovranno essere limitate a casi “di particolare rilevanza pubblica”. Bye bye Gratteri! Come farai a raccontare di aver fatto un blitz di presunti mafiosi? E come potrai dire che c’erano presunti legami con il politico di zona? L’intervista della cronista al magistrato “amico” sembra quasi una causa di separazione di carriere, se non di divorzio. «Lo ammetta –incalza ancora la giornalista di Repubblica, sempre più disperata, che non vuol mollare la sua preda- sta per scattare un potente bavaglio per la cronaca giudiziaria». Ovvio, il giornalista può presentare all’opinione pubblica l’indagato o l’arrestato o l’imputato solo come colpevole. Un po’ come fa il Fatto quotidiano quando sostiene che sia “impresentabile” chiunque (a meno che non sia Virginia Raggi o qualche altro amichetto loro) abbia subìto un’inchiesta giudiziaria, anche se ne fosse uscito prosciolto.

È un po’ un’ossessione, questa del bavaglio alla stampa. Nel corso dei decenni di vita parlamentare nessuno è mai riuscito a emanare, e soprattutto a fare osservare, qualche norma sulla responsabilità di magistrati, forze dell’ordine e giornalisti, sul rispetto della dignità delle persone e sulla fuga di notizie, neanche se bufale. I cronisti dicono sempre “se ho una notizia, ho il dovere di darla”, e i pubblici ministeri, che dovrebbero essere i custodi della riservatezza della notizia coperta da segreto, non vengono mai indagati dai loro colleghi quando lo scoop prende la strada dell’edicola. Quindi, se Nello Rossi pensa di essersela cavata, con questa intervista, non ha fatto i conti con la domanda delle cento pistole, che in realtà non è una domanda, ma uno sberleffo della storia. Ma lei non era una toga rossa, chiede Milella, cioè uno dei quelli che stanno dalla parte degli onesti e non dei delinquenti? Un colpo basso.

Ma ancora più inquietante e significativa è la risposta, che cancella in un sol colpo tutta la saggezza delle risposte precedenti: «Le cosiddette toghe rosse sono oggi le più interessate e le più impegnate al pieno rispetto delle garanzie processuali, ma a molti fa comodo non prenderne atto». Due domande gliele poniamo noi, allora, dottor Rossi. Che cosa vuol dire il fatto che la sinistra giudiziaria è attenta ai principi costituzionali solo “oggi”? E chi sarebbero coloro cui fa comodo non prenderne atto? Dobbiamo rileggere la storia tramite i racconti del dottor Palamara?

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.