Anche se a Trieste i portuali proclamano la resistenza passiva, quello che temeva Giuliano Ferrara (“una protesta sociale diffusa, fino al blocco di ampi settori dell’attività produttiva”) non si è al momento verificato. Se davvero nella gestione del lasciapassare c’è stato un errore politico “peggio di un crimine” non sembra per ora aver pesato molto nella tenuta del sistema sfidato nelle piazze e nei salotti televisivi. Le periferie culturali inquiete che a Milano, Bologna insorgono contro il sistema malgrado l’appoggio di Lega, FdI, Cobas, gruppi di sinistra radicale (cioè di un arco di forze quasi egemone) non sono riuscite a dare scacco al centro costituito da una maggioranza che obbedisce alle norme, si affida con responsabilità alle indicazioni del sapere. Si è sgonfiato, allo stato delle cose, il tardo mito sorelliano di un qualche surrogato dello sciopero generale che dal blocco del porto di Trieste avrebbe paralizzato il paese e prodotto un punto zero di non ritorno nella sostenibilità economica dei provvedimenti.

La contesa contro l’individualismo asociale però non è finita perché troppe sono le munizioni che dai media arrivano sino alle piazze (una singola studentessa di Bologna che ha indotto alla sospensione della lezione è diventata una eroina del dissenso e in un attimo è stata resa celebre da tutti i giornali) per aizzare moltitudini alienate e convinte a tentare nuove scalate per mettere in ginocchio la repubblica. Qualche tempo fa Francesco Cundari ha lamentato una mancanza di politici come Amendola in grado di entrare con modi irriguardosi nel dibattito pubblico con la ruvidezza anticonformista che è sempre necessaria quando si denunciano i troppi equivoci presenti nelle culture e nei soggetti in una fase turbolenta della repubblica. Le ultime cartucce il vecchio leader della destra comunista le dedicò a due bersagli che anche oggi sono al centro della polemica: un certo estremismo corporativo del mondo sindacale e gli intellettuali portatori di una cultura illiberale e scontrosa con gli imperativi minimali della democrazia rappresentativa.

Non è difficile immaginare cosa avrebbe forse sostenuto Amendola (incurante dell’accusa che allora gli venne da Cacciari di essere l’assertore della “accettazione al 100 per cento di una linea lamalfiana”) sulla rinuncia del sindacato ad esercitare una funzione di guida e orientamento dei lavoratori per civettare con i movimenti radicali ostili alla carta verde e sull’azione distruttiva dei professionisti delle idee che demoliscono in radice la legittimazione dell’autorità repubblicana a tutelare la persona che vive nell’alterità. Il politico napoletano, sprezzante e anche unilaterale, che aveva tessuto un elogio sulla portata civilizzatrice della bistecca non avrebbe esitato oggi nel celebrare lo straordinario successo della scienza moderna che in pochi mesi ha trovato il vaccino e salvato dalla morte per una pandemia catastrofica milioni di persone. Avrebbe probabilmente avuto da ridire sull’irrazionalismo dei filosofi epigoni del pensiero negativo che straparlano di “sperimentazione di massa” e contestano le asserzioni degli specialisti della medicina lanciando esortazioni alla ribellione contro un potere che abusa del corpo.

I filosofi trovano seguaci anche in culture e luoghi insospettati. “Avevano visto giusto”, certifica persino Ferrara, proprio i filosofi come Cacciari e Agamben che parlavano di “disciplinamento, sanitarizzazione delle masse”. Si tratterebbe di una soluzione ispirata ad una “logica di sottomissione” che è “qualitativamente diversa ma in qualche modo affine” al totalitarismo del ‘900 con la sua opera frenetica di nazionalizzazione-disciplinamento-mobilitazione delle masse. I certificati verdi sono considerati anche da Ferrara come degli “aggeggi che discriminano” e quindi vengono assunti quali indicatori di “una forma inedita di autoritarismo di Stato”. Sul piano analitico Ferrara crede che sia in atto una deriva illiberale che addirittura denota “la svolta autoritaria dello Stato italiano”. Sulla scorta delle considerazioni dei filosofi “effimeri e bizzarri” egli ritiene che l’obbligo della carta verde sia “in conflitto con il diritto” e quindi per combattere la torsione autoritaria in atto evoca un parametro di giustizia che è collocato oltre la norma positiva. Dopo aver sposato il paradigma biopolitico che lamenta la crescita di una “autorità che sorveglia e punisce, sanziona”, Ferrara si rivolge alle categorie opposte, quelle affinate dal diritto-norma di impronta kelseniana (e in certa misura anche weberiana).

Contro i liberali, i moralisti che non sanno che “il diritto è formale, non sostanziale” egli assume il diritto come norma coerente. E poi però rivendica proprio delle sostanziali considerazioni (prezzo dei tamponi, scambio, negoziato) per scagliarle contro il rigore e astrattezza della norma. Per Ferrara il provvedimento del governo indica “un atto estremo che mette in conflitto l’interesse pubblico e il diritto al lavoro e al salario”. E quindi in tal modo la sostanza è da lui contrapposta alla forma. Dopo aver irriso i moralisti e rivendicato la forma o validità Ferrara reclama nondimeno “un comportamento flessibile” e quindi propugna precisamente una condotta non formale ma ispirata a una razionalità sostanziale. Ma la contraddizione è inevitabile se si assume Cacciari (sulla cui coerenza in termini di logica dell’argomentazione proprio sul Foglio Alfonso Berardinelli ha espresso più volte rilievi) come referente della teoria del diritto pubblico (“mi sono scoperto imbarazzato a leggere con una certa quantità di consenso una intervista di Cacciari alla Verità”). Sulle questioni del diritto Cacciari si orienta in maniera alquanto immaginifica su istituti e concetti. Legge il caso italiano in termini di stato di eccezione scomodando con una palese forzatura una categoria avvolta di per sé nel misticismo inquietante del decisore sovrano evocato da Schmitt secondo i postulati della teologia politica. «Viviamo da oltre un ventennio in uno stato di eccezione che condiziona, indebolisce, limita libertà e diritti fondamentali».

Sul piano logico è piuttosto evidente che se per davvero l’eccezione domina come condizione del sistema non è più possibile sollevare questioni di forma che un senso lo hanno ma solo entro un ordinamento e sfumano del tutto nella loro pregnanza nel caso di eccezione, che per assunto concettuale non esibisce regole, procedure, forma avendo infranto ogni sistema delle fonti. Se lo stato d’eccezione è una esperienza reale del sistema non possono sopravvivere formalità, limiti giuridici, risorse procedurali, libertà: il sovrano che decide è fuori norma. E se le norme, le procedure valgono ancora ciò significa semplicemente che non è presente alcuno stato di eccezione. Cacciari non solo sfida il principio di contraddizione volendo mettere insieme cose tra loro eterogenee (eccezione e diritti fondamentali, stato di eccezione e costituzione), ma si esprime in maniera alquanto approssimativa sulla funzionalità degli istituti giuridici. «I vaccini non possono essere obbligatori, e mi meraviglio che la Corte costituzionale non sia intervenuta perché su questo l’interpretazione della Costituzione è inequivocabile». Parole che, in merito alle modalità tecniche puntuali di intervento della Consulta quale organo accentrato del controllo di costituzionalità, denotano una confusione allo stato puro (“puro” in senso non kelseniano).

Le idee di Cacciari sul funzionamento degli organi costituzionali navigano libere nella fantasia quando asserisce che gran parte della disputa odierna «deriva dalla colossale ipocrisia di non aver imposto l’obbligo vaccinale, per il semplice motivo che con ogni probabilità la Corte costituzionale lo avrebbe rimandato indietro». Gli istituti del controllo giurisdizionale di costituzionalità non funzionano così se non nella fantasia biopolitica, la Consulta può pronunciarsi in realtà solo tramite una procedura incidentale sollevata dai giudici nel corso del giudizio, e non ci sono altri soggetti legittimati ad agire per l’attivazione della cosiddetta garanzia costituzionale secondaria. Il problema di Ferrara che si riallaccia a Cacciari come maestro di diritto costituzionale è di segnalare nodi politici anche reali (come indebolire la resistenza di masse alienate e superstiziose pratiche di medicine alternative che ovunque insorgono contro la “punturina d’ordinanza”), ma di volerli affrontare con gli strumenti delle categorie giuridiche che però nella loro formalità e coerenza non lo consentono. Se il foglio verde «in termini di diritto è una cosa che somiglia molto a un abuso» non ci sono spazi per la trattativa Draghi-Giorgianni, bisogna semplicemente eliminarlo come legge invalida con le procedure giurisdizionali ordinarie.

Sorprende che un realista politico come Ferrara assuma la politica pubblica per la salute come una “scelta etica” che comporta “punizioni esemplari contro milioni di lavoratori” e interpreti il green pass non come uno strumento volto alla estensione della vaccinazione e quindi alla limitazione della occasione di replicazione del virus negli spazi relazionali ma come “un errore politico da eccesso di zelo”. Quello che non torna nelle dispute pubbliche è però la facile rimozione dei morti. Non creano pietas, sono considerati dei cadaveri lievi e sopportabili. Quello che la strana coppia Cacciari-Ferrara considera negativamente come “una soluzione dubbia e isolatamente italiana” in realtà è un punto di grande merito del governo che dopo le fasi di incertezza tipiche dell’età contiana (bonus vacanze in piena pandemia, frettolosa riapertura estiva delle discoteche) ha assunto la solida determinazione di arrestare gli impulsi populisti facendo valere il primato pubblico della conservazione della vita contro le immediate (e quindi ingannevoli) convenienze degli attori economici.

La prova sperimentale che anche agli esercenti, alle imprese convenga una politica del rigore dello Stato per la stabile ripresa degli spazi di libertà, iniziativa, profitto ha conferito un largo consenso alle scelte di Draghi e Speranza, che hanno evitato gli errori tragici di Inghilterra, Germania, America le quali senza il foglio verde rischiano una nuova ondata. È per interesse, per una solida convenienza materiale e non per un senso morale che la società risponde positivamente alla solitudine italiana del lasciapassare stigmatizzata da Ferrara, Travaglio, Montanari. La maggioranza dei cittadini blocca per ora le suggestioni tardo sorelliane che covano nei porti della penisola. Però gli idranti nulla possono per spegnere il fuoco appiccato dalle categorie della biopolitica in versione Cacciari e Agamben.