La procuratrice capo di Verbania, dott.ssa Bossi, non si è sottratta ad un commento sul provvedimento con cui la Gip, dott.ssa Banci Buonamici, non ha convalidato il fermo di due dei tre indagati per la strage della funivia “per mancanza dei gravi indizi di colpevolezza”. Pur ribadendo i propri convincimenti, la Pm a denti stretti ha perfino valorizzato il fatto come sintomatico della piena indipendenza della giudice, e dunque della superfluità della separazione delle carriere. Ma subito dopo non ha nascosto la propria forte “delusione”, confessando che per un po’ non intende più accompagnarsi con la collega Gip alla macchinetta del caffè, come fino a ieri l’altro era solita fare.

Non lasciatevi sfuggire l’importanza di questo moto spontaneo ed incontrollabile di risentimento della Pm. La manifestazione di indipendenza della Gip, tanto magnificata un attimo prima contro la necessità della separazione delle carriere, viene disvelata per ciò che davvero significa agli occhi di quella magistrata: un atto di inimicizia, talmente forte da rendere inevitabile, almeno «per un po’», la consuetudine amicale. Nulla di più lontano, dunque, da quanto dovremmo aspettarci da una condivisa pratica della indipendenza della giudice. Una giudice che, soprattutto in una vicenda di forte esposizione mediatica, contraddice clamorosamente il punto di vista accusatorio, si iscrive tra i “nemici” della Procura (e dunque, si lascia intendere, della Giustizia tout court). In altri termini, la regola che ci si aspetta debba essere di norma rispettata è l’adesione alla ipotesi accusatoria, non fosse altro che per tutelare e proteggere, dichiara la dott.ssa Bossi, «l’enorme impegno concentrato in pochi giorni, soprattutto da parte dei Carabinieri».

Dobbiamo essere grati alla dott.ssa Bossi per la sua sincerità. Non poteva esserci, esattamente al contrario di quanto essa afferma, uno spot più efficace a sostegno della ormai imprescindibile necessità della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante. Appartenere allo stesso ordine, provenire dallo stesso concorso, essere partecipi della stessa associazione, frequentare gli stessi corsi di formazione, avere lo stesso organo di autogoverno, e anche per tali ragioni prendere tutti i giorni il caffè insieme, crea inesorabilmente, e ben giustamente aggiungo, un sentimento profondo di comunanza, di fervida e fattiva solidarietà, di reciproco sostegno e protezione. Atti di autentica indipendenza di pensiero e di giudizio, esternati senza alcun riguardo alla loro ricaduta mediatica ed anche di carriera professionale della collega, sono innanzitutto – ben oltre Verbania, nella quotidianità della nostra esperienza giudiziaria – assolutamente eccezionali e fuori da ogni regolarità statistica; ma soprattutto, assumono – in forza di tale eccezionalità – una portata avvertita come talmente devastante da legittimare addirittura reazioni di risentimento e di inimicizia.

Nell’eterno dibattito sulla separazione delle carriere, i nostri avversari hanno sempre tacciato di qualunquismo il nostro stigmatizzare giudici e pubblici ministeri sempre insieme al bar del Tribunale. Questa voce dal sen (s)fuggita alla Procuratrice della Repubblica di Verbania rende giustizia a quella pur evidente allegoria. Anche noi prendiamo il caffè (più raramente) o frequentiamo privatamente (molto più raramente) pubblici ministeri o giudici; ma lo facciamo, possiamo reciprocamente farlo, con un sentimento certo, sereno ed immodificabile di chi fa mestieri irriducibilmente diversi, quando non contrapposti. Vorremmo che così prima o poi accadesse anche tra giudici e Pm, una volta che finalmente possano appartenere ad ordini diversi e separati. Avremmo, statene certi, molti caffè in meno alla macchinetta, ma tanti processi giusti in più.

Presidente Unione CamerePenali Italiane