Certamente non ci si annoia a leggere il libro del costituzionalista Paolo Armaroli Conte e Mattarella. Sul palcoscenico e dietro le quinte del Quirinale edito da La Vela. Con prosa scoppiettante, con vari aneddoti della storia della Repubblica, Armaroli ricostruisce bene il primo biennio di legislatura, con i due Governi entrambi guidati da Conte e la continuità garantita dalla Presidenza della Repubblica. È segnalato con la giusta importanza (pag. 32) lo scontro chiave che paralizzò per alcuni giorni, dal 27 al 31 maggio 2018, p. 43), la formazione del Conte 1, il veto presidenziale alla nomina al Mef di Paolo Savona, autore di un piano per l’uscita surrettizia dall’euro. È descritto chiaramente anche il progressivo avvicinamento di Conte a Mattarella già nel primo governo (p. 65), in sintonia del resto anche col ministro Tria che era poi stato nominato al Mef, anche in connessione con i rapporti europei sviluppati da Palazzo Chigi. Non so se si possa dire come fa Armaroli che nel corso del tempo Conte sia divenuto “più mattarelliano di Mattarella” (p. 91), però la tendenza è stata evidente ed è iniziata sin dal primo esecutivo, si è estesa al secondo (p. 91) e, in fondo, con questa chiave di lettura il protagonista del biennio appare più Mattarella che non Conte.

Armaroli fa quindi notare (p. 86) che il testo della nostra Costituzione nasce già in origine con forti virtualità dualiste, ossia con poteri di intervento attivo particolarmente marcati del Presidente della Repubblica, superiori a quelli degli altri Capi di Stato non direttamente elettivi e anche a più di uno di quelli elettivi. Se nel primo sistema dei partiti, tranne alcune fasi delicate in cui si logorava una formula politica e non era ancora pronta quella successiva, quei poteri erano in larga parte neutralizzati dai partiti, in ampie fasi di bonaccia (p. 111) questo elemento viene meno nella fase successiva, già a partire dal decisivo 1989 durante la presidenza Cossiga in cui lo sfarinamento del sistema tradizionale porta la stessa persona a un passaggio da un periodo notarile a uno interventista (p. 39).

Per quanto Armaroli si concentri sulla vita politica interna, non gli sfugge l’europeizzazione della politica nazionale: come la figura del presidente del Consiglio esce rafforzata nel Governo, non è più descrivibile come un mero primus inter pares per la sua centralità nella partecipazione ai sempre più frequenti Consigli europei (p. 237), così non gli sfugge in questo ambito anche il rilievo delle iniziative della Presidenza della Repubblica, favorita dalla sicurezza della durata settennale, ben diversa da quella dei governi con un “operato discreto ma determinante” (pp. 238-239). Ne esce pertanto rafforzata la chiave di lettura proposta dai costituzionalisti francesi Lauvaux e Le Divellec secondo cui l’Italia sarebbe una forma di governo parlamentare a correttivo presidenziale. L’unica cosa che stupisce in un autore che affronta le dinamiche istituzionali e politiche in modo realistico e talora sanamente irriverente è la sua opposizione un po’ tradizionalista alla possibilità di lavoro a distanza (p. 132), quasi che essa non fosse a sua volta ispirata a criteri di realismo, ma forse nel prossimo libro Armaroli ci stupirà cambiando pragmaticamente posizione.