Quando entrai da praticante nello studio legale paterno, sebbene mi fossi laureato nella severa università Federico II con 110 e lode, complimenti della commissione e altri consimili barocchi e inutili orpelli, non riconoscevo, nei fascicoli che mi avrebbero dovuto finalmente condurre a guardare alla vita vera e ai problemi dei clienti in carne e ossa e che lui mi sottoponeva per preparargli il lavoro, le cose che – pieno com’ero di sola teoria e di molta presunzione giovanile – avevo pur studiato dai libri nel loro aspetto astratto e disciplinato da norme. Ancora oggi, per chi si laurea in Giurisprudenza è purtroppo così, anche se la nostra facoltà (che adesso si chiama dipartimento) sta cambiando, dopo l’eccellente lavoro istruttorio di una commissione presieduta dal collega Giuseppe Guizzi su impulso del direttore Sandro Staiano, pur dovendo purtroppo attraversare tempi fattisi inaspettatamente difficili per una circostanza imprevista.

Memore della mia esperienza giovanile, da componente della commissione didattica intrapresi una battaglia di svecchiamento – per esempio in favore delle cosiddette “cliniche legali” – che è durata a lungo e continuerà comunque, sul piano della proposta culturale, anche se fra pochi giorni sarò collocato in pensione. Occorre peraltro una precisazione importante: il diritto va appreso a partire dalla concretezza dei casi e nel dialogo degli studenti non solo col loro docente, ma anche con altri operatori attraverso processi simulati, laboratori di esami della giurisprudenza e di scrittura di atti, stage in studi legali e uffici dove si impartisce giustizia.

Ciò, tuttavia, non implica e non vuole affatto significare che io affermi che le università vadano pensate e costruite come se fossero scuole professionali né che gli atenei debbano collaborare con le aziende nel senso di farsi dettare da queste la “musica da suonare” e consegnare dunque uno “spartito obbligato” in cambio dei finanziamenti pubblici che oggi sono scarsi e dell’avvio sul mercato del lavoro di obbedienti e acritiche rotelle del capitalismo privato.

Uno studio del diritto che ibridi le parti migliori della tradizione didattica teorico-sistematica del civil law e di quella pragmatica del common law è cioè altra cosa dal ritenere preferibile il modello di Confindustria, che nel suo piano 2030-2050 per il futuro del Paese invita a restringere il numero delle università “generaliste” aprendo invece facoltà collegate ai distretti industriali del territorio, o della parte corrispondente del “piano Colao” agli Stati Generali del governo (se ci si volesse chiedere chi l’ha visto, sarebbe bene rivolgersi a Federica Sciarelli). Una visione in fondo non dissimile rispetto a quella dell’attuale ministro dell’Università, l’ottavianese Gaetano Manfredi, grande sponsor del neorettore appena eletto della Federico II Matteo Lorito, i quali amano entrambi l’idea di una virtuosa joint-venture tra atenei e imprese il cui matrimonio – seppure, oggi, con una festa nuziale forzatamente ristretta a pochi invitati ben distanziati – sarebbe da celebrare in apposite “accademie” (ironia della denominazione: nell’antica Atene vi insegnavano filosofi).

Questa idea è, inoltre, del tutto compatibile con quella di Mauro Calise, illustre politologo inventore delle fortunate formule del “partito personale” e del “principe elettronico”, ma anche direttore della piattaforma Federica.eu, che nel suo libro Didattica digitale, prefato adesivamente proprio dal ministro Manfredi, magnifica l’ottimo rendimento delle lezioni “asincrone”, ossia registrate e fruibili in ogni momento della giornata: il modello delle università telematiche, insomma, enfatizzato e generalizzato, nonché a suo dire da adottare ormai in via normale anche oltre il tempo della pandemia, in cui è stato inevitabile ricorrervi.

Come si vede, sul fronte dell’innovazione sperata e proposta da alcuni autorevoli personaggi, la maggiore università cittadina, che lo è in realtà anche del Mezzogiorno, e la nostra regione sono all’avanguardia. Peccato che le prefigurate “magnifiche sorti e progressive” nascondano trappole e rischi. Prestato, infatti, il dovuto ossequio al realismo, nell’età tecnologica, nonché alla doverosa ricerca di una maggiore sinergia tra studi e mercato del lavoro, il possibile baratro da scansare è l’inseguimento di “competenze” parcellizzate invece dell’humanitas sottostante a tutte e di lezioni da remoto standardizzate, liofilizzate, da sciogliere nell’acqua calda o da riscaldare nel forno a microonde anziché costruite nella feconda dialettica al calor bianco e nel dialogo in un’aula in cui stare assieme dal vero (chiaro: a vaccino scoperto e somministrato) tra docente e studenti. Il mercato certo non va ignorato, ma assecondarlo troppo implica un rischio non desiderabile: la morte del pensiero critico, onde perseguirne uno in cui la padrona non sia la persona inquieta e libera, da coltivare nella sua interezza, ma la dittatura dell’economia.