Si arriverà davvero a una guerra con la Cina? Non lo sappiamo, ma la logica dei fatti – lo zeitgeist moderno – sì, lo sa. La Cina è come il gatto di Schroedinger chiuso in una cassa che per noi è allo stesso tempo sia morto che vivo. La Cina non è certo un gatto sia morto che vivo, ma ha molte doppie nature: comunista e capitalista, antichissima e futurista, affamata di risorse altrui e con cento milioni di maschi senza moglie perché mancano milioni di donne affogate alla nascita a causa della politica del figlio unico. Come dato accessorio poi la Cina è il Paese che inquina di più il pianeta Terra e seguiterà a inquinarlo fino al 2050 e pratica una politica intransigente e spesso irragionevole difficilmente compatibile con la pace.

L’unica assicurazione contro la possibile guerra resta il fatto che la Cina è indispensabile per quasi tutte le nazioni occidentali per molti beni che non sono più prodotti in Occidente. Ma intanto prevale nel Partito comunista cinese l’ala neoimperialista che pretende di mettere sotto controllo e sovranità tutto ciò che è cinese ma indipendente, come Hong Kong già piegata all’impero centrale, e la preziosissima Taiwan. Secondo la Costituzione cinese Taiwan appartiene alla Cina continentale come gli Stati Uniti riconobbero dopo la ripresa dei rapporti fra Washington e Pechino, voluta dal presidente Richard Nixon in funzione antisovietica. Taiwan, l’ex colonia portoghese di Formosa, non è stata mai cinese quasi un secolo: gli abitanti di Taiwan contengono una forte percentuale di Dna giapponese, essendo stata a lungo nell’impero del Sol Levante e i taiwanesi non si sentono cinesi. Ma Taiwan ha qualcosa che tutto il mondo desidera: i minerali indispensabili per produrre i microchip con cui funzionano i nostri telefonini e le nuove automobili e che la Cina non ha. Il conflitto è però più largo di quel che sembra: il Giappone ha dichiarato ufficialmente di considerare l’indipendenza di Taiwan una questione di vita o di morte e dunque un possibile casus belli. Il Giappone, d’altra parte, fornisce alla Repubblica Popolare del Vietnam comunista una discreta flotta che il Vietnam usa in funzione anticinese, aiutato dagli antichi nemici americani ora i suoi più strenui difensori.

Noi da questa parte del globo e in Italia particolarmente, non ci siamo mai curati e ancora poco ci curiamo di quel che sta accadendo nel Mare del Sud della Cina che, malgrado il nome, non appartiene affatto alla Cina che, però fa di tutto per impossessarsene. E questo è il vero casus belli: il diritto di navigazione in ogni mare, in ogni stretto e dovunque le grandi potenze commerciali vogliono far passare i loro enormi porta-container, non è mai stato messo in discussione senza provocare guerre. Poco meno dell’ottanta per cento del traffico commerciale mondiale passa attraverso quel mare che oltre Taiwan bagna il Giappone, l’Indonesia, l’Australia. Dall’Europa si sono già affacciate in quel mare alcun navi da guerra francesi e persino tedesche, mandate dalla Merkel che ha sempre negato le forze armate tedesche per qualsiasi missione o preparazione militare. È di poche settimane fa l’umiliazione subita dalla Francia che si è vista rifiutare i propri sottomarini a propulsione non nucleare che aveva venduto all’Australia, la quale ha traumaticamente disdetto perché preferisce i sottomarini a propulsione atomica americana.

È stato un incidente talmente grave che per la prima volta nella storia la Francia ha ritirato (per poco tempo) i propri ambasciatori da Washington e Londra, oltre che dall’Australia, cioè dai Paesi che hanno costituito una sacra alleanza anticinese cui partecipano tutti i popoli di lingua inglese, con la partecipazione di tutti i “Five eyes” ovvero Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda, e in più il Giappone. Come se non bastasse, ora la Cina affamata di energia che non ha, è a corto di carbone per la seconda volta in due anni. L’ultima volta lo trovò a caro prezzo in Kazakistan determinando un rialzo mondiale dei prezzi. Ma stavolta? Speriamo che il gatto immaginario stia bene, ma che cosa ne è delle speranze di una lunga pace? Il nostro gatto?

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.