Sono già passati due anni dalla sua morte, ma Diego Armando Maradona è ancora protagonista irrinunciabile del futbòl mondiale e della parabola politica e sociale che lo avvolge. A Napoli la sua trasfigurazione da eroe sportivo a icona definitiva della città è ormai cosa fatta: le edicole votive, le immagini sacre, il tempio a cielo aperto dei quartieri spagnoli, l’intitolazione dello stadio e la generazione ininterrotta dei Diego che parlano con accento del Sud sono il vocabolario liturgico ed emotivo di una Religio partenopea sincretica, che affianca e completa il miracolo del Sangue con il ricordo del D10S.

Non è perciò un caso se proprio in questi giorni venga avviata all’Unesco la richiesta di dichiarare il culto di San Gennaro patrimonio universale dell’umanità. E non suoni blasfemo l’accostamento, perché qui non parliamo di Cattolicesimo e Cristianità, ma della memoria collettiva di una città madre, Matria Napolitana, che scolpisce strato su strato di tufo il proprio immaginario da 2500 anni. Partenope, i Dioscuri, Mitra, Gennaro, Maradona; tutto si tiene, aggrappato all’uovo nascosto sotto l’isolotto dal Mago Virgilio, che Borges avrebbe senza dubbio definito “El Hacedor” dell’eterna Polis vulcanica. Nel resto del mondo, alle prese con i Mondiali della corruzione e della rimozione dei diritti civili, Maradona è invece il contrappasso obbligato della Fifa, che sta mostrando in Qatar il suo volto più avido e cinico. Con trent’anni di ritardo, in tanti si sono resi conto solo adesso di quanto avesse ragione Maradona nelle sue battaglie contro il governo del calcio, a difesa dei giocatori, degli spettatori, delle nazioni e dei contenti più deboli e marginali. In una parola, a difesa del pallone, quella pelota que “no se mancha” come amava ripetere, e del diritto romantico a sognare degli scugnizzi di tutto il mondo.

Nonostante le polemiche e le proteste più o meno plateali, i Mondiali vanno avanti comunque, a dispetto dell’arcobaleno bandito dagli stadi da quei poteri grigi che hanno sempre paura dei disegni colorati, e ci dicono di un’Argentina orfana e di un Brasile allegro, di una Germania attonita e di una Francia spavalda, di una Spagna promettente e dell’Italia nuovamente assente. E ci raccontano anche un’altra novità, quella del tempo di recupero indeterminato, una specie di supplementare non dichiarato a disposizione delle TV per rimonte improbabili e di un protagonismo arbitrale di cui non si sentiva il bisogno. È possibile che questa post-partita, deformazione dello spazio- tempo calcistico alla ricerca del tempo effettivo perduto, arrivi a gennaio anche in Serie A, generando ulteriori polemiche. Un grattacapo in più per i napoletani speranzosi di vittoria finale, un seme di dubbio che si aggiunge agli ammonimenti interessati che arrivano da ogni parte sul fatto che “a gennaio comincia un altro campionato” e che si spera si riveli privo di futuro.