Dopo l’invasione dell’esercito di Putin in Ucraina, solo due settimane fa, la vita politica del nostro pianeta ha cambiato completamente volto. Le tensioni che erano forti sulle due sponde del Pacifico, fra gli Stati Uniti e la Cina, si sono spostate, a causa dell’impiego della violenza, nel vecchio continente, stanco di guerre e illuso dall’idea di un ritorno perenne della pace. Oggi noi europei ci siamo confrontati a qualcosa di più di un conflitto come quello che ha dilaniato la Jugoslavia negli anni 90 del secolo scorso. Un primo provvisorio bilancio della guerra può essere steso. Le perdite maggiori sono certamente quelle per la popolazione civile ucraina, assediata e sotto le bombe. Ma la resistenza guidata dal presidente Zelensky sta infliggendo costi anche al paese invasore e rende difficile l’azione russa.

La guerra lampo, grazie alla quale Putin sperava di piegare Kiev e ottenere la resa, non è riuscita e la conquista delle maggiori città appare più complessa. Lo zar post-comunista e forse nostalgico dell’impero è forzato ad una sorta di vietnamizzazione del conflitto, che rischia di creare un deserto che chiameranno pace, ma anche un danno difficilmente riparabile per la Russia di Putin e anche, forse, per i suoi successori. Economico, culturale e reputazionale. Perché Putin ha perso anche – specialmente – sul piano della comunicazione. Che nell’epoca della globalizzazione e di internet, rappresenta un asset fondamentale, dal quale difficilmente di può prescindere. Per non parlare dell’odio che buona parte degli abitanti dell’Ucraina nutrirà per generazioni nei confronti dell’invasore. Non sappiamo oggi né quanto né come finirà il conflitto nel centro dell’Europa dell’Est, sostanzialmente punita per volersi avvicinare alle democrazie costituzionali dell’occidente.

Ma possiamo guardare agli aspetti che vanno sotto il capitolo del bilancio: ex malo bonum. La Nato era stata dichiarata in condizioni comatose – con qualche buona ragione – solo un paio di anni fa e si è svegliata e risorge come un elemento decisivo, anche se non unico e forse non sufficiente, della difesa dell’Europa. Il novello Hannibal ante portas ha fatto fare un sussulto anche alla pacifista Germania che dalla fine della Seconda guerra mondiale si era addormentata sotto l’ombrello protettivo della potenza militare americana e ha finalmente deciso di spendere in modo massiccio per la difesa. Il vecchio progetto di un esercito europeo e di una difesa strategica comune sono di colpo usciti dal dimenticatoio, dal quale gli intellettuali ed i politici più attenti avevano cercato di tirarlo fuori. L’Unione Europea da questa crisi violenta troverà ulteriori energie per una closer union. Senza parlare del significativo avvicinamento fra l’Europa e gli Stati Uniti che dopo la sconfitta di Trump la violenza russa ha fortemente consolidato.

Ma tutto ciò non avverrà senza costi anche importanti, come sempre accade quando si spezza uno status quo. L’Unione europea ha fatto molti errori. Non quello di minacciare la Russia, ma sicuramente quello di credere che il pacifismo unilaterale produca di per sé la pace e, specialmente, quello di rendersi dipendente per il 40% del suo bisogno energetico dalla Russia di Putin. Le statistiche, sempre utilissime, vanno lette con attenzione e oggi sappiamo bene che ci sono in particolare due paesi che dipendono in modo massiccio dal gas russo: la Germania e l’Italia. Sono paesi che hanno rinunciato all’energia nucleare (a differenza della Francia), senza sviluppare sufficientemente le energie alternative, necessarie in ogni caso per provare a impedire un disastro ecologico irreversibile.

L’occidente non può non reagire alla violenza che viene fatta all’Ucraina. Se non reagisse porgerebbe semplicemente l’altra guancia. Certo per il bene dell’umanità non può entrare in guerra contro una potenza nucleare come la Russia. L’unica opzione, oltre a tutti i possibili aiuti al paese attaccato ed ai suoi abitanti, che ormai cominciano a fuggire le bombe e che faranno crescere lo sforzo non facile di assistenza e per alcuni di integrazione degli immigrati, consiste nell’imporre al paese invasore pesanti sanzioni. Come ha scritto Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera queste ultime avranno effetti, ma solo a condizione di essere massicce, e avranno costi non solo per la Russia, ma anche per noi, soprattutto per i paesi più dipendenti dal gas di Putin. Costui che ragiona come nel secolo scorso e per certi versi come nel diciannovesimo non ha capito che la Russia – che fa ormai parte del capitalismo finanziario internazionale – può essere isolata anche senza l’uso delle armi.

Ci vorrà tempo, ma l’occidente può forse condizionare la Russia a divenire uno stato in qualche modo anche dipendente della Cina, la quale con l’occidente preferisce fare business piuttosto che guerre. Noi dovremmo il prima possibile (che non sarà domani) renderci indipendenti dalle forniture che vengono dalla Russia e accettare almeno per un periodo restrizioni energetiche. Questi costi non saranno facili da accettare e spingono a qualche considerazione sull’impatto per ora ancora da definire dell’aggressione nei confronti dell’Ucraina sulla politica italiana. Che è profonda e variegata. Perché, se è vero che siamo tutti (93%, dati Demos) preoccupati per la guerra, è vero anche che non tutti condannano nella stessa misura l’attacco della Russia. Si tratta, beninteso, anche in questo caso della maggioranza (77%) ma c’è comunque una minoranza consistente che afferma che “la Russia ha delle ragioni” (18%, con il 21% tra gli elettori della Lega e 23% in FdI) o, che, addirittura, “la Russia ha fatto bene a intervenire” (2%, ma 5% tra il Leghisti, sempre dati Demos).

Altre questioni più specifiche provocano fratture ancora più intense. Ad esempio, l’invio di armi ai resistenti ucraini, Anche in questo caso, la maggioranza lo approva. Ma si tratta, questa volta, di una maggioranza relativa, il 45% (fonte Eumetra). Più di un terzo, il 35%, lo disapprova e ci sono molte risposte “non so” (20%). Sono più favorevoli i giovani e i possessori di titoli di studio elevati. Ma le posizioni critiche diventano la maggioranza, seppur di lieve entità, tra gli elettori M5s e Fratelli d’Italia. Insomma, malgrado i partiti politici si siano schierati tutti dalla parte dell’Ucraina, il conflitto divide l’elettorato del nostro e, beninteso, di altri paesi. Ciò che avrà effetti dirompenti anche sulla politica interna quando si intensificheranno le conseguenze economiche e sociali della crisi che stiamo vivendo.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino