Tra pochi giorni sarà il 4 luglio, l’Indipendence day. Una sorta di seconda festa nazionale per molti italiani e da molti decenni ormai. Intere generazioni sono cresciute con il mito degli Stati uniti, della sua cultura, delle sue libertà. Quando Bruce Springsteen intona “Born in Usa” tanti sognano a occhi chiusi e immaginano una vita diversa in quella sconfinata Land of opportunities, lontano dalla grigia monotonia di una nazione vecchia, stanca, disillusa. Per decenni – parafrasando Benedetto Croce – abbiano snocciolato a memoria le tante ragioni per cui non possiamo non dirci americani. Certo, odio e amore, affezione e critica, ma alla fine nessuna discussione politica o economica o sociale ha mai potuto prescindere dalla madrepatria americana. Dopo l’11 settembre quel legame è apparso ancora più indissolubile, intimo, profondo; abbiamo imbracciato le armi per i fratelli d’oltreoceano e ci siamo dati leggi speciali.

Ma lentamente qualcosa sta cambiando e la sentenza della Corte suprema sul diritto d’aborto non è che l’ultimo campanello d’allarme di una divaricazione che tende a diventare distanza. Tre questioni stanno sul tappeto a tutta evidenza: l’accesso indiscriminato alle armi, le politiche conservatrici dominanti nella pancia profonda degli States, l’opzione bellica. Il Terzo millennio, come sappiamo, è iniziato in modo tragico per gli Usa e i suoi alleati. L’attentato alle Torri gemelle ha innescato in porzioni maggioritarie della popolazione americana la convinzione di essere sotto attacco, di trovarsi al centro di una vera e propria guerra dichiarata da una parte non marginale del mondo contro quella nazione con il fine dichiarato di distruggerla. Cosa ne è seguito dall’Afghanistan, all’Iraq, dalla Libia alla Siria, è sotto gli occhi di tutti; si è passati, a fine secolo scorso, dai bombardamenti su Belgrado a quelli su Baghdad. Un passaggio del testimone tragico, in cui la guerra ha definitivamente conquistato il rango di prima opzione politica, di prima risposta contro gli avversari.

In una nazione in guerra, pressoché ininterrottamente, dal dicembre del 1941 a oggi, con guerre fredde o conflitti ad alta e media intensità, è inevitabile che si debba alimentare e sostenere in ogni strato della popolazione una forte propensione alle armi e alla violenza. Come Sparta o come Roma repubblicana, gli Usa sono, innanzitutto, una straordinaria potenza militare che ha necessità di migliaia e migliaia di uomini da impiegare nelle proprie forze armate; ha l’urgenza di uno spirito patriottico quasi fanatico; ha bisogno di inglobare le minoranze etniche discriminate nei propri contingenti d’élite per dare loro la dignità di cittadini, proprio come l’Impero romano. E quanto accade in Russia, con la difficoltà di vincere una guerra per la scarsità di soldati a disposizione, non farà che incrementare ancora di più questa opzione. Sarà una delle lezioni militari più importanti di questa guerra in Ucraina: per vincere servono uomini in mimetica e anche motivati, l’opzione chirurgica delle armi intelligenti è un mito infranto nell’assalto fallito a Kiev.

Questa gigantesca locomotiva armata non può rinunciare alla circolazione di fucili d’assalto e pistole, non può mettere da parte l’educazione militare che le famiglie dispensano ai propri figli in tutte le zone dell’America profonda dove sentimenti nazionalisti e patriottismo si sviluppano e si alimentano lontano dalle promiscuità molli delle capitali dell’Est e dell’Ovest. Ritenere che tutto il problema stia nella forza politica della NRA (National Rifle Association), nel condizionamento della lobby delle armi, nel controverso testo del Secondo emendamento («Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto») vuol dire porsi il fine di trascurare che – man mano, poco a poco – si è creata una sottile linea di frattura ideologica, morale, politica tra gli Usa e i paesi alleati in Europa soprattutto. Una discontinuità con cui non vogliamo fare i conti – tanto radicato è il mito americano in ciascuno di noi – per cui affrontiamo la sconsolata lettura di quelle stragi quasi quotidiane con la tesi comoda e illusoria che si tratti di episodi di follia, di disperati fuori controllo, di esaltati che bisogna tenere lontani dalle armerie.

Ma si può davvero immaginare che una democrazia non sia in grado di affrontare una lobby e di metterla a tacere? In realtà gli Usa non possono deflettere dal fine dell’essere una democrazia in armi, dalla necessità di alimentare il mito della propria potenza militare, dal bisogno di entrare in sintonia con una popolazione in gran parte disponibile a indossare una divisa per difendere la bandiera a stelle e strisce che sventola ovunque in quel paese. Mentre Germania, Francia e Italia (e altri) scoprono in queste settimane tutta la fragilità del proprio sistema di difesa militare; mentre si discute del budget da destinare al riarmo nei prossimi anni; mentre l’Europa coglie tutta la difficoltà di entusiasmare la propria opinione pubblica, pacifista e pacifica, verso la prospettiva di un conflitto con la Russia, negli States si coglie la prospettiva di una vittoria insperata, non verso il vecchio avversario della Guerra fredda, ma su quanti concepivano il sogno di una Europa post-atlantista, equidistante, tollerante e dialogante.

L’ombrello protettivo degli Usa è tornato, in modo inaspettato anche per Washington, a essere indispensabile per le democrazie europee. In fondo l’idea degli ultimi presidenti americani, secondo cui gli alleati europei avrebbero dovuto più massicciamente contribuire alla difesa Nato, si è pienamente realizzata e grazie a Putin. Intanto la Corte suprema abolisce il diritto costituzionale all’aborto e ne affida le sorti ai singoli Stati dell’unione. E la linea di frattura cresce, la distanza aumenta, il mito si appanna, coperto (per ora) dal rombo dei cannoni russi che devastano l’Ucraina.