Anche giugno è trascorso senza che alcun provvedimento sia stato adottato dal governo per la ripartenza dei cantieri pubblici. Sin da marzo nel pieno della pandemia era stato chiesto ad Ance di elaborare e formulare proposte per la fase post covid; le proposte avrebbero dovuto trovare recepimento nel “Dl aprile” in maniera tale che non appena si fosse attenuato il lockdown i cantieri e la occupazione potevano, senza eccezioni, ripartire. Di recente è stato presentato il “Piano Colao” e sono stati indetti gli Stati Generali, abbiamo studiato il primo e partecipato ai secondi.

Non vi è stato alcun costrutto, perché del “Piano Colao” non se ne parla già più (troppo generico e distaccato dalla quotidianità). Basti riflettere sul raffronto del dato Inps relativo alle ore di Cigo indennizzate ad aprile 2019 pari a 7.400.000 e ad aprile 2020 pari a 713.000.000. Quale risposta è contemplata nelle 160 pagine del Piano Colao ai temi dell’oggi ? Anche gli Stati Generali non hanno fornito alcun riscontro concreto e puntuale all’attuale stato di incertezza. Abbiamo il timore che ambedue siano stati utilizzati per prendere tempo: se così fosse sarebbe inaccettabile. Vi è di più. Mentre tutti concordano che la priorità è dare liquidità alle imprese (non quella evanescente delle garanzie con le quali le medio/piccole/micro aziende non acquistano merci o pagano retribuzioni) abbiamo scoperto di recente che il governo a dicembre 2019 aveva chiesto all’Europa la proroga dello split payment. Dopo la entrata in vigore della fatturazione elettronica non vi è motivo di questa proroga se non per fare cassa da parte dello Stato; le imprese non fanno affidamento su regali ma almeno confidano di poter contare sui propri danari. Il mondo privato continua a non vedere prospettive e a non ricevere risposte concrete ma è dovuto uscire dal lockdown per tornare a produrre non potendo contare su alcun stipendio fisso a fine mese mentre continuano ad essere, di fatto, non operativi tutti i luoghi di lavoro dello stipendio certo a prescindere.

Stiamo andando incontro ad una guerra tra poveri. Ora è di attualità il Piano Nazionale delle Riforme (PNR) mentre appare all’orizzonte il “DL Semplificazioni”. Rammentiamo che un analogo provvedimento (sempre Dl Semplificazioni) è stato già adottato nel dicembre 2018 e convertito nella legge n. 12 del 11.02.19. Ad oggi abbiamo avuto un primo sforamento in deficit di 25 miliardi di euro per il Cura Italia e di 55 miliardi di euro per il Rilancio, nel Semplificazioni è ipotizzato uno ulteriore sforamento in deficit di altri 20 miliardi di euro. A fronte di un indebitamento di circa 100 miliardi di euro, che porterà a fine anno il debito pubblico sul 160% del Pil, abbiamo registrato pressoché esclusivamente misure difensive (definizione di Carlo Cottarelli). Per rilanciare la produzione in generale ed il mercato dei lavori pubblici in particolare servono risorse e oggi assistiamo ad una diversità di opinioni nel Governo che ci fanno temere il peggio.

Vi è una linea che sembrerebbe privilegiare il taglio del cuneo fiscale con la limitazione della Cassa Integrazione per tutti e la abolizione del blocco dei licenziamenti. Queste misure sono finalizzate a risvegliare i consumi e riattivare il mercato del lavoro. Vi è un’altra linea che sembrerebbe privilegiare il prolungamento per tutto il 2020 della Cassa Integrazione per tutti ed il blocco dei licenziamenti. Vi è la linea del Premier Conte che ragiona invece in termini di riduzione di qualche punto delle aliquote Iva per rilanciare i consumi. Sono tre visioni diverse, con logiche di fondo diametralmente opposte, ma che debbono fare i conti con la scarsità dei fondi disponibili. Nel Dl Semplificazioni sembrerebbe destinati alla Cig e agli Enti Locali un importo di circa 10 miliardi di euro e che, al netto di ulteriori aggiustamenti, resterebbero circa 5 miliardi di euro per il rilancio dei settori in crisi. Con le risorse (in deficit) nazionali nulla a tutto giugno è arrivato concretamente sul mercato della edilizia intesa in senso ampio e di certo la unica risposta non potrà essere la sostituzione di caldaie ed infissi.

Il Recovery Fund, uniche risorse destinabili esclusivamente alla spesa per investimenti, se deliberato non dispiegherà i propri effetti prima di giugno 2021. Il quadro delle risorse disponibili era chiaro sin dallo scoppio della pandemia, perché siamo arrivati sino a giugno senza prendere le necessarie decisioni ? Cosa succederà a settembre allorquando non avremo altre risorse da destinare a “misure difensive”?
Non abbiamo la possibilità di disperderci in molti rivoli, servono pochi puntuali e strategici obiettivi da perseguire. Sicuramente temi quali la riforma della giustizia, della istruzione, della digitalizzazione, della sanità, di uno sviluppo ecosostenibile sono temi centrali. Vi sono però quattro settori quali il turismo, l’attività manifatturiera, la logistica e le attività legate al comparto delle costruzioni che incidendo in ragione di oltre il 65% nella formazione del Pil rappresentano la unica speranza di qualsiasi governo per fare ripartire la produzione e ridimensionare il rapporto debito/Pil che a fine anno sforerà il 160%. La priorità come metodo dovrebbe essere data a interventi che abbiano un moltiplicatore alto, che non comportino un indebitamento permanente, che abbiano effetti immediati per il rilancio della economia. La spesa per investimenti pubblici ha tutte queste caratteristiche. Una spesa che dovrebbe essere destinata prevalentemente ad opere di manutenzione, recupero e messa in sicurezza del territorio; i benefici di questi interventi produrrebbero i propri effetti per un tempo molto lungo, migliorando la qualità della vita, senza essere solo consumi immediati.

Non solo. Anche la viabilità, i viadotti, le gallerie, il verde, le reti idriche, la depurazione, le opere di mitigazione ambientale necessitano di interventi programmati e duraturi. Accanto a queste opere è necessario consentire una cantierizzazione di alcuni interventi strategici le cui procedure di gara da anni si sono perfezionate ed attendono il solo via libera dal Governo che non può rimanere prigioniero di pregiudizi ideologici. Opere di completamento e interazione della rete di alta velocità/capacità debbono essere portate a termine, così come la realizzazione dei nodi ferroviari e delle metropolitane di alcuni grandi centri urbani. Per fare tutto ciò necessitiamo di una semplificazione burocratica.

Nelle ultime legislature la gran parte dei provvedimenti approvati hanno il rango di Decreto Legge. La natura dell’istituto del decreto legge è stata stravolta sotto diverse prospettazioni: – viene calendarizzata, con largo anticipo, la nascita del prossimo DL con cadenza pluri mensile; – servono una messe invero considerevole di successivi provvedimenti attuativi (nel Dl Rilancio occorrono oltre 98 adempimenti attuativi) che rimandano sempre l’effettiva entrata in vigore delle disposizioni contenute nel DL convertito; – sempre più frequenti sono le situazioni in cui una terza lettura non è possibile (così come accadrà per la conversione del DL Rilancio) ed il Governo ricorre continuamente al voto di fiducia. In tutti i casi viene tradita la ratio che sottende all’utilizzo del decreto legge.

Ogni provvedimento normativo diventa operativo con estrema lentezza e farraginosità tanto da vanificare, nella maggioranza dei casi, qualsiasi tentativo di incidere davvero sul tessuto socio economico quotidiano. Non abbiamo più tempo a ciascuno è richiesto il coraggio di abbandonare atteggiamenti fondati su prospettive limitate, di corto respiro; è un dovere istituzionale che grava su ciascuno soprattutto per chi ha responsabilità da posizione. Continuiamo come imprenditori dei lavori pubblici ad avere un ottimismo della volontà ma non vi è più tempo per non decidere. La ricetta disegnata da Mario Draghi nell’articolo del 25 marzo sul Financial Times è stata completamente ignorata e disattesa. Ance da mesi ha presentato proposte di corto, medio e lungo periodo, pretendiamo risposte concrete e non siamo più disposti ad attendere oltre.