Se un posto non lo si conosce non lo si cambia, forse non lo si vuol cambiare. Se un posto non viene raccontato si avvolge su se stesso, rimane alla fine solo passato. Per esempio, la Calabria, alle amministrative, non si è astenuta, ha avuto un’altissima percentuale di votanti. È un’affermazione che fa ridere se ci si affida alle analisi svogliate di fuori, o si sceglie, fra i resoconti indigeni, il racconto che serve solo a confermare una tesi. I calabresi che hanno avuto la possibilità di votare, lo hanno fatto all’80%, il 44% statistico è un inganno perché rapportato al milione e otto che avrebbe diritto di voto. Solo che trecentomila e passa, calabresi, sono iscritti all’Aire, l’anagrafe dei residenti all’estero, per votare alle elezioni locali lo possono fare solo ritornando in Calabria, e quattro o cinquecentomila giovani stanno al Nord Italia, in Nord Europa, in un qualunque Nord del mondo, mantengono una residenza solo apparente nei paesi di origine e non ci può essere una motivazione così forte per farli rientrare a casa a fine gennaio dopo essere ripartiti per i luoghi del lavoro finite le ferie natalizie.

Se la Calabria la si gira per autostrade e statali solo presunte, attraverso le sue carrettere, ci si accorge con molta facilità che non ci sono i 2.000.000 di residenti anagrafici. È una bugia, nemmeno pietosa. Per quando dense e misteriose, le selve calabre non possono occultare un milione di persone, che invece sono facilmente visibili nei sentieri del lavoro che percorrono l’Occidente. Ci sono un milione di calabresi che possono davvero votare, di questi: ottocentomila lo hanno fatto e il 15% si è diviso in due liste che separatamente sono state sotto la soglia di sbarramento e non avranno rappresentanza. La maggioranza ha riconfermato un pendolo consuetudinario che tende al perpetuo. Si passa da uno dei due schieramenti all’altro a seconda di ciò che si ha avuto o non avuto dalla giunta precedente. L’idealità ha solo un valore marginale, ciò che ha contato, e continuerà a contare, sono il bisogno e il potere.

Chi esercita il potere sposta blocchi elettorali e chi subisce il bisogno sceglie l’offerente migliore o quello che incute più timore. Trarre una lezione Nazionale da un contesto così, quando lo si conosce, è inutile, fuorviante. I programmi, le proposte, i colori, di Roma, non hanno alcun peso. Il peso è degli uomini che vestono i colori, ora degli uni ora degli altri. perché in Calabria nulla è come sembra, e i potenti locali da secoli esercitano il potere in nome altrui ma ad esclusivo vantaggio proprio. Per stabilire la reale forza di un partito bisogna guardare alla fortuna di chi incidentalmente lo rappresenta, al frangente temporale, festivo o meno, in cui si svolgono le elezioni. E se una lezione si può trarre è che parlare di restare o partire sia una balla: i calabresi bisognosi e che non si vogliono piegare al bisogno, sono già partiti. Rimane una schiera di protetti e un manipolo di partenti.