Decine di migliaia di genitori detenuti non possono abbracciare i propri figli, anche minori, da quando è scoppiata la pandemia da coronavirus, cioè da otto mesi. All’inizio dell’emergenza i colloqui visivi sono stati del tutto vietati il che, non essendo stato spiegato come di dovere alla popolazione detenuta, ha originato proteste e perfino rivolte in decine di istituti penitenziari con tanto di morti e feriti sul campo. Da luglio, i colloqui dei detenuti con i familiari sono stati autorizzati ma solo attraverso un vetro divisorio e solo per un adulto e un minore (insomma, come al 41-bis!).

Solo chi non sa cosa significhi il colloquio de visu per una persona reclusa, può sottovalutare, come è capitato e capita, la portata di questi provvedimenti. Non che prima della pandemia le cose andassero meglio, soprattutto per le telefonate. Il regolamento penitenziario prevede infatti che un detenuto abbia diritto a una sola telefonata a settimana per non più di dieci minuti, il che smentisce lo spirito stesso dell’ordinamento penitenziario che all’art. 28 prevede che l’Amministrazione dedichi «particolare cura a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti con le famiglie». Cura? L’Italia detiene la maglia nera in Europa sia per gli incontri dei detenuti con i propri familiari (sei al mese della durata di un’ora), sia per le telefonate, come abbiamo già visto. Vietati i colloqui intimi, come se la sessualità non rientrasse nella sfera dei diritti inviolabili della persona e se l’obbligo di astinenza (magari per anni) non determinasse serie ripercussioni sulla salute psico-fisica dei ristretti. In questo quadro sommariamente descritto, che ti fa il Governo Conte su proposta del ministro della Giustizia Bonafede?

Anziché intervenire per assicurare una pena costituzionalmente orientata meglio garantendo la cura degli affetti con la famiglia dove prima o poi il detenuto dovrà ritornare, introduce una nuova fattispecie di reato, quasi non bastassero le 37.000 già esistenti! Affronta così non il problema (l’affettività negata) ma la conseguenza (i cellulari introdotti negli istituti) derivante dalle ridottissime possibilità di contatto con i familiari contemplate nella legislazione vigente. Loro contano i sequestri di telefonini e non cosa ci fanno i detenuti e le detenute con essi. Per lor-signori i 54mila carcerati sono tutti boss mafiosi che mandano ordini e messaggi all’esterno. Ma non è così. Nella stragrande maggioranza dei casi i ristretti usano i cellulari per parlare con la fidanzata, moglie o convivente; per parlare con i genitori anziani o con i figli piccoli, per sapere come stanno in salute, come va la scuola; per sapere se la famiglia se la sta cavando con l’affitto o con le bollette da pagare, se l’assistente sociale si è fatta viva e li sta aiutando; per chiedere che nel pacco mensile sia inserita una maglietta o un paio di jeans. Cioè le cose semplici oggetto delle conversazioni telefoniche di miliardi di persone al mondo.

In Gran Bretagna, nel 2017, i telefonini rinvenuti nei 118 istituti penitenziari sono stati 10.643. Da noi 1.761. Una bella differenza, direi: sei volte di più che da noi! Solo che, dopo questa scoperta, in Gran Bretagna l’amministrazione della Giustizia ha deciso di mettere il telefono in ogni cella per consentire ai detenuti di poter parlare quando vogliono con i familiari o con altre persone ammesse. Nel 2018 il Segretario di Stato alla Giustizia, David Gauke, spiegò che i telefoni nelle celle «rappresentano un mezzo fondamentale per consentire ai detenuti di costruire e mantenere relazioni familiari, cosa che sappiamo essere fondamentale per la loro riabilitazione». E aggiunse che questa “riforma” contribuiva a «tramutare le prigioni in luoghi decenti in cui i criminali hanno una reale possibilità di cambiare le loro vite». Ahi-noi! Qui in Italia abbiamo Bonafede al quale il Partito Democratico lascia fare ogni scempiaggine gli passi per la testa in tema di giustizia e carcere.