Le amministrative, il riformismo, l’agenda Draghi e quella della sinistra, ne parliamo con Nichi Vendola, cofondatore di Rifondazione comunista, già presidente della Regione Puglia.

Elezioni amministrative. Il Pd festeggia ma Sabino Cassese, in una intervista a questo giornale e poi in un articolo sul Corriere della Sera ha sostenuto che, soprattutto a fronte della marea astensionista, “hanno perso tutti”. Come la vede?
Se si allarga la forbice tra l’offerta politica e il popolo delle periferie, vuol dire che la crisi sociale sta scavando solchi sempre più profondi tra Paese legale e Paese reale. Se il non-voto si afferma come la scelta maggioritaria degli elettori, vuol dire che la crisi democratica non è alle nostre spalle ma è sotto i nostri piedi. Le ragioni che hanno gonfiato le vele dei populisti e dei sovranisti sono tutte in campo. Questo non significa che non dobbiamo festeggiare la sconfitta del pediatra con la pistola piuttosto che del cantore della romanità imperiale, la sconfitta di ciò che la destra è: plebeismo piccolo-borghese, tutela della verginità fiscale del pianeta “riccanza”, confidenza con il clerico-fascismo in tutte le sue sfumature, alleanza tra speculazione edilizia e rendita fondiaria, frequentazione di universi border-line. Comunque, in questo quadro così preoccupante, è un bene che le coalizioni di centro-sinistra abbiano vinto, tanto più quando portano dentro l’esperienza amministrativa storie, sensibilità, competenze che si sono radicate nella lotta per i beni comuni: penso soprattutto a Torino e a Bologna.

Le cinque grandi città in cui si è votato, hanno eletto un sindaco del centrosinistra. È “solo” questione di credibilità dei candidati a fronte a quelli discutibili del centrodestra, o c’è anche dell’altro?
Ogni città è una storia da raccontare, con i suoi protagonisti politici e sociali, le sue casematte, le sue vertenze. Non sottovaluto il dato globale del non-voto, ma nell’esito elettorale ha comunque pesato la qualità di candidature capaci di evocare un progetto, un’idea di comunità, e capaci di una mobilitazione anche di un pezzo di giovane generazione. Ma il fatto di lavorare bene in una dimensione di elezioni municipali, anche il fatto di governare bene una città, non surroga il deficit di progetto politico che rende ancora debole ed elitario il centro sinistra come coalizione nazionale: per il momento a quella formula, centro-sinistra, con o senza trattino, corrisponde solo una possibile coalizione elettorale. E devo dire che le suggestioni uliviste, o la giaculatoria sul riformismo e sui riformisti, appaiono solo parole vuote, vuote nostalgie, vuote deontologie: l’Ulivo è un titolo di giornale vecchio di diversi lustri, riformismo è tutto e nulla. Ecco un bel dibattito da fare: di che stiamo parlando quando diciamo riformismo? Stiamo forse parlando del realismo con cui vendiamo sistemi d’arma a regimi autocratici o con cui finanziamo la Guardia costiera libica? Dei diritti a perdere nell’universo parcellizzato dei lavori precari? Della riduzione dei poteri dei Parlamenti e dell’incremento dei poteri degli esecutivi? Dell’esportazione della democrazia attraverso i bombardieri? Lo dico perché c’è stato un riformismo che mi mette il batticuore: Statuto dei diritti dei lavoratori, riforma del sistema sanitario con al centro il diritto universale alla salute, riforma del diritto di famiglia, diritti civili come il divorzio e l’aborto. Ma c’è stato anche un riformismo, quello che è andato in scena nel nome del blairismo, che ha mutuato dalla destra idee e pratiche: quello non mi piace.

Altro dato generalizzato di questa tornata elettorale è il tracollo dei 5Stelle. L’”istituzionalizzazione” dei grillini non attira più?
Il populismo è come una droga, richiede dosi sempre crescenti di semplificazione, di attesa catartica, di emotività manichea. Ma il passaggio dalla demonizzazione integralistica di tutti gli altri soggetti politici al governo con ciascuno di essi e poi insieme a tutti gli altri, questa capriola non solo dialettica, non può non avere un effetto di sgonfiamento della bolla grillina. Quello che mi impressiona è la rapidità di una mutazione che porta la radicalità di una gigantesca domanda di trasformazione (quella che i 5 stelle hanno saputo calamitare) in una cultura segnata dall’ansia di moderazione e dai rischi di moderatismo. Spero che l’istituzionalismo non uccida lo spirito ribelle di un movimento che mi piacerebbe evolvesse come forza più marcatamente progressista.

Una sinistra senza popolo può sconfiggere, dentro la società prim’ancora che nelle urne, una destra radicalizzata e alla conquista delle piazze?
Una sinistra senza popolo direi che è un ossimoro. E non basta una gita elettorale fuoriporta. La Ztl non è solo un centro urbano, è un centro sociale che ci segna e ci connota. Occorre un lavoro di lunga lena, una costruzione corale, un programma che rimetta in circolo l’idea politica della speranza, per riacchiappare il popolo, i popoli, che abbiamo smarrito.

Visto da sinistra, e in prospettiva delle elezioni legislative del 2023, una coalizione plurale deve per forza nascere attorno all’”agenda Draghi”?
L’altra volta, con le vele gonfie di vento e i sondaggi che ci davano stravincenti, con l’agenda Monti siamo riusciti quasi a perdere: ma nessuno scrive un bel libro su questo pezzo di storia politica, sul suicidio assistito del centro-sinistra al tempo di un altro unto dall’establishment. Ora con Draghi siamo alla supplenza tecnocratica di una politica che si autosospende: pensare che la politica debba riprendere dall’agenda Draghi come se fosse la pietra filosofale del futuro mi sembra eccessivo, anche per chi giustifica l’attuale coalizione di governo con l’argomento dell’emergenza. E poi quell’agenda rischia di essere solo una allusione o un pretesto. Sarebbe più opportuno cominciare a discutere seriamente di cose di cui la politica parla poco: per esempio di salario minimo o magari di quella transizione ecologica che, nata con clamore di trombe e proclami futurologici, si presenta come una ben più modesta proposta di transizione energetica e tecnologica. Se c’è vita a sinistra perché non battere un colpo?

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.