Conosce bene Nichi Vendola. Le questioni industriali e ambientali le ha seguite e le segue come pochi altri nel panorama politico italiano. E sulla giustizia ha idee molto chiare. Ilva e non solo. Il Riformista ne discute con Stefano Fassina, parlamentare di LeU e consigliere comunale di Roma.

«Il killeraggio contro Vendola – sostiene Luciano Canfora in una intervista a questo giornale – è un ribaltamento della realtà. I giudici hanno fatto un’operazione mediatica». Qual è in proposito il suo giudizio su questa vicenda?
Nichi Vendola e Giorgio Assennato, il direttore dell’Agenzia Regionale Protezione Ambiente della Puglia, riusciranno a dimostrare non solo la loro innocenza ma il loro impegno costante per salvaguardare la salute delle famiglie del quartiere Tamburi, dei cittadini di Taranto e degli operai dell’Ilva.

Questa vicenda ripropone un problema irrisolto in Italia: quello della giustizia. Come la vede su questo fronte?
Anche in questa vicenda, la magistratura interviene nel vuoto della politica. Trovo davvero assurdo che la politica industriale venga definita attraverso sentenze di tribunali o del Consiglio di Stato. È compito della magistratura sanzionare le responsabilità individuali, ma la politica industriale in una democrazia la fa il potere legislativo. La responsabilità, va detto chiaramente, è della politica che non ha saputo o voluto scegliere, che non ha avuto la forza di confrontarsi con interessi economici molto forti e che ha lasciato alle vittime l’unica strada del ricorso alla magistratura. Taranto è soltanto l’ultimo esempio di questa patologia.

Nella Capitale tra poco si vota per il rinnovo del consiglio comunale e per il nuovo sindaco. Nel centrosinistra si litiga su procedure, alleanze, apparentamenti vari.
In questi giorni, sono impegnato da candidato nelle primarie del centrosinistra per il Sindaco della Capitale. Si svolgeranno domenica 20 giugno. Stiamo cercando, faticosamente, di mettere al centro il primato della politica che anche a Roma deve riaffermarsi pienamente per ridare centralità all’interesse pubblico troppo spesso sacrificato ai fini privati dei soggetti più forti sul piano mediatico e economico. Ma mi riferisco anche alla vicenda sciaguratamente detta “Mafia capitale”, sulla quale condivido la sostanza dell’analisi fatta da Fabrizio Cicchitto su questo giornale. La corruzione e il malaffare vanno stroncati, ma dopo il pronunciamento della Cassazione è emerso evidente il corto circuito tra politica e magistratura e le pesanti conseguenze sulla Capitale della Repubblica.

L’impresa di Enrico Letta di “riformare” il Partito democratico è una “mission impossible”?
No, è una missione molto difficile. che a mio avviso, va perseguita con una grandissima apertura e disponibilità a dare attenzione a soggetti sociali che la sinistra ha abbandonato da decenni. Mi riferisco a quelle forme di lavoro autonomo, precario e polverizzato che oggi rappresentano ciò che il proletariato industriale era alla fine dell’800. Sono i dipendenti delle cooperative nei servizi esternalizzati dalla Pubblica amministrazione, il commercio ambulante, il mondo dei tassisti spiaggiati da Uber, i riders, i giovani professionisti che lavorano per pochi euro all’ora. La mission del Pd diventa “possible” nel momento in cui si riparte dal lavoro. Poi c’è tutto il resto.

Tesi sostenuta da Mario Tronti in una intervista a questo giornale
Tesi che condivido pienamente. Su questo c’è davvero bisogno di una forte discontinuità col passato. Il limite della sinistra è aver fatto dei diritti civili, tema sacrosanto e imprescindibile, il proprio esclusivo tratto di identità, mentre sono obiettivi giustamente condivisi anche dalla destra liberista. La sinistra dopo l’89, ha assimilato il mantra liberista: l’economia è questione troppo seria per lasciarla alla politica. La devono fare i banchieri, meglio se centrali. E questo non va bene. Si può rigenerare il Pd se si riparte dalle fondamenta.

Letta ha proposto una dote di 10mila euro ai 18enni meno abbienti, da finanziare con l’aumento delle tasse di successione dei ricchi, con patrimoni oltre i 5 milioni. Che cosa ne pensa?
Mi ha colpito sentir attaccare la proposta di Letta come di sinistra. È la quintessenza del pensiero economico liberale. Come non è di sinistra lo ius soli o il voto ai 16-enni o continuare a rimuovere la drammatica svalutazione economica, sociale e politica del lavoro attraverso la sua frantumazione in un problema di genere e di generazione: donne e giovani sono le punte dell’iceberg dello sfruttamento, ma per rifondare la sinistra si deve riconoscere che Warren Buffett, il plurimiliardario finanziere statunitense aveva ragione nel 2011 quando affermava che «c’è stata una guerra di classe negli ultimi vent’anni e la mia classe ha vinto».

In una letta a “Il Foglio”, Goffredo Bettini rilancia il garantismo e attacca il giustizialismo che in questi anni ha minato il progetto della sinistra. Lei da che parte sta?
Sto dalla parte dei principi costituzionali in base ai quali si è colpevoli soltanto dopo sentenze passate in giudicato. Bettini fa riflessioni largamente condivisibili. Spesso, la mia parte politica rimuove le ragioni di fondo della propria debolezza e, in una interpretazione sempre più caricaturale del suo presunto suprematismo morale, continua a illudersi che vi sia una scorciatoia giudiziaria per sconfiggere l’avversario politico: l’ha fatto con Berlusconi con risultati disastrosi, lo ha ripetuto e lo ripete con Salvini con risultati temo altrettanto disastrosi, non soltanto per sé ma per lo Stato di diritto.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.