La nascita del “Governo dei Presidenti” rivisitata da Achille Occhetto, l’ultimo segretario del Pci e il primo segretario del Partito democratico della sinistra, oggi “battitore libero” della sinistra. Un “battitore” che non le manda a dire.

Il Governo Draghi è varato. A sostenerlo è un arco di forze che vanno da LeU alla Lega e a Forza Italia, passando per Pd, 5 Stelle, Italia Viva, + Europa e cespugli parlamentari vari. Potenza della figura dell’ex presidente della Bce o siamo di fronte allo sport tanto in auge nella politica italiana, quello del salto sul carro del vincitore?
Per rispondere a questo interrogativo occorre uscire dallo schema della usuale formazione delle coalizioni politiche. A mio parere eravamo precipitati in un buco nero dal quale abbiamo cercato di uscire, per merito di Mattarella, senza vinti e vincitori. Non si sta nemmeno configurando una alleanza politica. Mattarella ha semplicemente registrato, con lodevole rapidità e una notevole dose di coraggio, la crisi di tutte le classi dirigenti e ha cercato di afferrare per i capelli una situazione votata alla catastrofe. Presentarla come la geniale risultante della spericolata iniziativa della politica corsara di Renzi è stata solo l’ennesima dimostrazione dello sterile politicismo del nostro sistema informativo. È come dare all’incendiario il merito del successivo arrivo dei pompieri. Nessuno può dimostrare che la crisi aperta al buio si sarebbe chiusa necessariamente in questo modo. Ma anche ammesso, e non concesso, che siamo tutti in balia di un geniale tessitore di intrighi, la cosa è del tutto inessenziale per comprendere la situazione in cui ci troviamo. Il ridicolo della situazione è non tanto che tutti siano saltati sul carro dei vincitori, ma che ciascuno vuol far credere di essere quel carro. Un simile atteggiamento impedisce di cogliere l’essenziale. E l’essenziale è che, da un lato, c’è la crisi, di una sinistra e di un centro sinistra che non sa immaginarsi oltre l’emergenza, e dall’altro l’attutirsi, dinnanzi al dinamismo europeo, della “spinta distruttiva” del populismo. Si è aperta una fase del tutto inedita, in cui tutte le forze in campo, approfittando dell’ombrello protettivo di un Governo che non è più il loro, sono chiamate a ridefinirsi.

Tra queste forze c’è il Partito democratico.
Per il Pd il problema del momento sarebbe quello di cogliere l’occasione per non svolgere più esclusivamente la funzione di “cariatide” che regge l’architrave, per assumere un atteggiamento di distacco da un pur lodevole ma opaco sentimento di responsabilità per mettere in campo una sinistra non ministeriale, capace di ritrovare la sua vocazione, di entrare in contatto con la società, di cercare di cambiare i rapporti di forza nel Paese.

Dopo la rottura consumata da Renzi, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, aveva affermato a più riprese: o Conte (ter) o voto. Poi anche lui è stato folgorato sulla via del “draghismo”. La crisi pandemica, con le sue drammatiche ricadute sul piano sociale ed economico, giustifica l’abbraccio con Lega e Forza Italia. Qual è a suo avviso il punto cruciale per il Pd?
È decisivo che si sappia interpretare il nuovo spartito in modo originale. Il che vuol dire vigilare sulla direzione verso cui deve muovere il Recovery Fund. Che non deve ridursi a mettere benzina nel vecchio motore, ma cambiare il motore. Le recenti posizioni assunte da Draghi fanno ben sperare. Vedremo. La caratteristica del governo del presidente, e non dei partiti, ci farà vedere in che direzione, se ci saranno, e quali saranno, gli abbracci di Draghi. Quelli che vengono definiti i perversi abbracci di una parte con quella avversa sono alla base della formazione del governo di emergenza voluto da Mattarella. Allora bisognava avere il coraggio di dire, come fa la Meloni, che quella proposta è stato uno sbaglio e smetterla di fare i sepolcri imbiancati. Naturalmente non vuol dire che la sinistra dovrà, ancora una volta, privilegiare la difesa del quadro politico sulla preminenza dei contenuti. Certo i compromessi, ma quali compromessi? Non quelli contro la Costituzione, o contro la progressività fiscale, o contro il sostegno dei più poveri o all’accoglienza. E nemmeno quelli contrari al mutamento della qualità della crescita.

Ma lei pensa che Draghi si muoverà in questa direzione?
Allo stato attuale sappiamo ben poco. Uno sprazzo di luce nella volontà di collegare i vari interventi al tema della transizione ecologica. Nel mio ultimo libro, finito di scrivere alla fine di luglio del 2020, avevo affermato che la questione ambientale non doveva essere considerata un capitolo a parte. Ma doveva essere il perno attorno cui far ruotare tutte le altre proposte. Per realizzare un simile disegno – dicevo – serve il coraggio di mettere a fuoco un perno attorno cui far ruotare l’insieme delle misure sociali ed economiche, affermando che questo perno era individuabile in un Green Deal europeo e nazionale.

Molto si discute sulla composizione del nuovo Governo. Draghi, si sostiene, doveva coniugare un esecutivo di alto profilo e il suo carattere politico, il che significa tener conto dei partiti che lo sostengono. È una fusione riuscita?
Secondo me, lui ha fatto due scelte. Una è quella che deve affrontare il tema centrale per cui è stato chiamato nell’emergenza, e cioè del tipo e della qualità dello sviluppo, e la lotta alla pandemia. E lì ha il suo Governo. Dopo di che, ha dovuto seguire un raffinatissimo equilibrio per ciò che riguarda i partiti. Ed è importante la continuità sulla salute.

Quello appena nato è il Governo dei Presidenti: di Mario Draghi e di Sergio Mattarella. Ma questo non testimonia la “morte” della politica?
Quanto ho detto prima reclama più politica, quella vera, quella buona. Sono colpito dalla desolante volgarità della affermazione: ci sono più soldi, quindi è naturale che tutti vogliano partecipare al banchetto. La soluzione Draghi dice chiaramente a tutti: giù le mani da quei soldi. Non sono vostri ma del Paese. Dovete solo decidere come spenderli meglio per il futuro delle nuove generazioni. E se si vedrà che non abbiamo una uguale visione di futuro… allora saltate giù dal carro. Il sistema dei partiti si stava suicidando prima dell’avvento di Draghi, con le contrapposte personificazioni della politica e la passione per il leaderismo. Che è malsana anche quando si interpreta la funzione di Draghi, al di là delle sue intenzioni.

E il sistema dei partiti è ancora vivo?
Ma di quale funzione dei partiti parliamo? I partiti sono essenziali, ma bisogna reinventarli. Soffrono di un tremendo spaesamento; di una crisi di identità che sarà ancora più acuta se si chiudono nel recinto governativo. I partiti, in gran parte, sono ridotti a comitati elettorali o a accoliti di vari signori della guerra. La Lega non ha risolto il rapporto tra la sua funzione, in chiave autonomista, di rappresentanza dei ceti produttivi del Nord e la sua frustrata ambizione nazionale. Che ha avuto come collante la delega a un capo carismatico, ora in declino, e che come prima mossa di solidarietà nazionale ha attaccato il ministro della salute e dell’interno del suo stesso nuovo governo. I 5 Stelle danzano in bilico tra una “ideologia” post-ideologica che si è ossificata in inediti e fumosi tabù identitari e la necessità di fare una scelta culturale, prima che politica, tra destra e sinistra. E hanno bisogno di quella transizione cerebrale di cui ha parlato Grillo. Il Pd non ha portato a compimento un processo di fusione ideale e politica tra i diversi riformismi laici e cattolici e si trova di fronte alla necessità di ridefinire il ruolo della sinistra nel nuovo millennio.

Nel suo ultimo libro, delinea con nettezza e articolazione, i caratteri di una sinistra nuova, all’altezza delle grandi sfide del Millennio. La risposta che viene dagli attori politici, è riproporre come asse strategico l’alleanza Pd-5 Stelle-LeU. La convince o ci sarebbe bisogno di altro?
Siamo chiari. Un asse strategico non lo si costruisce sul taglio dei parlamentari, su leggi elettorali proporzionali, su ripetitive diatribe tra giustizialisti e garantisti, bensì su una comune visione dello sviluppo economico, sociale e culturale del Paese. Un buon architetto, prima disegna il progetto e contestualmente sceglie, in conformità al progetto, i materiali. Il Pd continua a parlarci dei mattoni, ma non del progetto. A mio avviso dovrebbe presentarsi come il catalizzatore di un più ampio “campo magnetico” che si rivolge a tutte le forme di cittadinanza attiva oltre che ai partiti che hai citato. Però dentro un progetto in cui tutti sono chiamati a ridefinirsi. La campana del nuovo inizio suona per tutti. Tutti sono chiamati a quella transizione cerebrale, di cui ha parlato, in modo colorito, Grillo. Andare oltre i diversi tragitti del passato, incontrarsi su nuovi approdi verso una rifondazione identitaria, una rigenerazione che non spetta solo al Pd, ma a tutte le componenti della sinistra. L’avvicinarsi dell’appuntamento con i nodi irrisolti renderà più stringente il confronto ideale e politico tra destra e sinistra, che va svolto nel contesto di una costituente delle idee che coinvolga tutto l’arco della democrazia militante e della cittadinanza attiva.