Spira un’aria pessima nel Paese e non solo per la pandemia in atto. Dilaga in tutti gli interstizi della società e si propaga senza limiti un desiderio irrefrenabile di giudizi sommari, di epiloghi irretrattabili, di condanne irrevocabili. Una volta che si è acquisita una conoscenza dei fatti, non importa quanto superficiale e quanto precaria, nessuno è più disposto a tornare indietro. Anzi guai a chi prova a ribaltare le ricostruzioni o a riaprire le discussioni, ben che vada si passa per collaborazionisti con il nemico, per sodali del reprobo, per amici dell’indicibile. Messa in tasca la verità, una verità qualunque, quasi sempre quella più sponsorizzata da un collaudato circuito mediatico a base di giornali, talk show, social media e quant’altro che rimbalzano fatti e opinioni gli uni verso gli altri in un frenetico gioco di specchi e di ombre, la questione è definitivamente messa da parte.

L’opinione pubblica è lì bella e confezionata e i suoi sacerdoti la difendono a spada tratta contro chi la metta in discussione. È sconfortante il tifo sfacciato che certi professionisti dell’informazione spendano a difesa di verità che ritengono aver rivelato – avendo spesso agito solo da megafoni di ben individuati centri – e si agitano al cospetto di ogni contraria evidenza saturando di contumelie i mille frammenti del diorama mediatico. In questo puzzle scomposto, tifoserie organizzate si spartiscono le vesti dei poveri cristi e delle loro famiglie affrante dal dolore, sostenendo a spada tratta tesi colpevoliste e alimentando con pseudo esperti l’alambicco, permanentemente in ebollizione, del dubbio e del sospetto. È vero che gli agorà mediatici non sono aule di giustizia, ma questo non consente di dare libero sfogo a fantasie, supposizioni, dietrologie che inquinano la pubblica opinione presentandosi al suo cospetto con le stimmate delle abilità investigative o delle verità scientifiche. È inevitabile che, in tutto questo libero sciamare di rappresentazioni precarie e incomplete della verità, non ci sia più spazio per un’interlocuzione, per un dubbio, per una perplessità o anche solo per la voglia di capire.

Il reprobo può anche attendere una condanna definitiva dai propri giudici, ma l’infallibile tribunale della medialità giudiziaria ha già a disposizione i propri verdetti, talmente giusti da sospingere le povere vittime o le doloranti famiglie a sostare avanti ad aule di giustizia che non dovrebbero far altro che ratificare la volontà collettiva. E quando da questa volontà si discostano, per ragioni che sono divenute a quel punto oggettivamente incomprensibili, con un’assoluzione o con una pena più mite, lo straziante dolore dei vinti invade gli schermi e le vesti lacere tornano a sanguinare. Luca Varani ha commesso un delitto orribile; quell’acido sul volto di Lucia Annibali, sfregiata per sempre, è un atto che suscita rabbia e dolore. La sua è la voce di un colpevole, non c’è dubbio.

A sua volta Nicola Morra ha dato un giudizio sul voto dei calabresi e sulla morte di Jole Santelli che nessuno ha condiviso. Sono due casi, ovvio, radicalmente diversi e, tuttavia, tenuti insieme da un sottile filo rosso: entrambi sono stati processati per i loro gesti così diversi e pur entrambi scrutinati dalle corti mediatiche senza alcun contraltare. La tv di Stato ha tolto a entrambi la possibilità di raccontare e di raccontarsi in ciò che hanno detto e che hanno fatto. L’intervista a Varani realizzata da Franca Leosini nel 2016 per Storie Maledette non verrà mandata in onda su Rai Storia, in quanto bloccata da Rai Cultura «per non urtare la sensibilità delle vittime e dei telespettatori». E l’invito a Nicola Morra per partecipare a Titolo V su Rai 3 è stato annullato all’ultimo momento.

Fatti sideralmente diversi, ma con uno stesso atteggiamento. Nessuno vuole guardare in faccia il colpevole, quale che sia la sua colpa, nessuno vuole ascoltarne la voce, quale che sia la sua discolpa, nessuno vuol essere turbato da una verità diversa dal giudizio sommario che ciascuno si è formato. Willfull blindness, cecità colpevole la chiamano gli americani, la volontà di non vedere, di chiudersi gli occhi. Eppure, in quelle stesse ore, Rai Storia mandava in onda la memorabile intervista televisiva su TV 7 a Sirhan Sirhan, rifugiato palestinese, che aveva le mani sporche del sangue di Robert Kennedy. Correva l’anno 1969. Pochi anni prima Hannah Arendt aveva scritto Eichmann in Jerusalem – A Report on the Banality of Evil. La banalità del male che tutto il mondo ha potuto conoscere in modo indelebile a partire dalle stesse parole del carnefice di un popolo innocente. La verità dalla parte dei malvagi, quale modo migliore per conoscerla tutta, la verità.