È scomparso il canguro. E anche la talpa, la balena, il cammello, il pinguino, la giraffa, l’aquila, il leone e il cerbiatto fanno qualche fatica a trovarsi. È scomparso il canguro che era Poldo Biancheri in quella recita a scuola, con quegli amici con i quali si ritrova spesso o quasi sempre ora, a 30 anni, in gite in barca e feste con qualche droga sempre da farsi e qualcosa dentro della rimpatriata: follia e nostalgia. Sono gli Iperborei, “popolo felice, celebrato per favolosi miracoli – dettava Plinio Il Vecchio – Stanchi della vita, gli Iperborei si uccidono gettandosi in mare da una rupe: lietissimo è questo genere di sepoltura”, e il titolo del primo romanzo di Pietro Castellitto (edito da Bompiani). Di cui Poldo, un sopravvissuto a 30 anni, scampato a un tumore, “figlio di”, scrittore in uscita con il suo di esordio, è alter ego.

Doveva essere “il colpo di scena” lui, entrare solo all’ultimo della recita, come gli ripeteva la maestra Pamela che voleva diventare attrice e si era invece in classe con questi figli di miliardari, primari, giornalisti blasonati. Altro che colpo di scena: questi giovani sono quelli del “non deve essere facile per voi giovani”, e quindi affogano, rincorrono, sperperano giorni dietro feste e festini e ristoranti. Tutta una vita davanti, certo, ma davanti a un bar, dentro a un ristorante, sopra una barca. Coca e flute. E un’estate che “aspettava a gambe larghe, umida e zozzona”. E c’è un problema però, sono scomparsi dei cani, degli English Mastiff. Chiunque ha perso qualcosa insomma, in questa Roma chic e trendy e lussuosa.

Prosegue per aforismi, dialoghi che cercano il colpo, descrizioni come inquadrature, scatti tipografici dal corsivo al cancellato e altre trovate che contribuiscono però a far perdere il fuoco. Restano una serie di scene memorabili, un senso del grottesco perenne, il nichilismo che trasuda da ogni capo firmato e ogni bottiglia sciabolata. Il protagonista va in giro con L’Anticristo di Nietzsche – trova parli proprio di lui e dei suoi amici. Vuole impararlo a memoria mentre si fa di coca, tranquillanti, beve champagne, stappa bottiglie e mangia pesce crudo e patanegra. Altro che Vitelloni, questi Iperborei: Poldo, Tapia, Guenda, Stella, Aldo sono pariolini di 30 anni dai colpi muscolosi e scolpiti, la droga buona sempre appresso, figli di una generazione di ribelli diventati miliardari, mami e papi che li hanno lasciati cinici e stanchi. E che quindi non fanno che cercare una guerra. Si muovono come senza speranza, nessuna alternativa: e maledetta noia.

Ciccio Tapia è “il più giovane parlamentare di questa Repubblica”, un uomo lasciato morire per strada e un altro dal nome “Svastica”, il video osceno e compromettente a una festa e quindi un ultimatum. È tutto estremo, spinto al limite, grottesco – anche certi aforismi, certi dialoghi. Al giro di boa dei 30 anni: che costringe a fare i conti con la vita, e vanno tutti un po’ in crisi. Castellitto, a neanche 30 anni – e già premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura alla 77/ma Mostra del Cinema di Venezia, il David di Donatello e il Nastro d’argento 2021 come miglior regista esordiente, per I predatori; è stato il suo idolo calcistico Francesco Totti in Speravo de morì prima; l’amico di Zerocalcare Secco in La Profezia dell’Armadillo; tra i protagonisti di Freaks Out di Gabriele Mainetti – cercava forse un suo e pariolino Less than Zero. Si parla senza mezzi termini di: talento.

Gli Iperborei è anche la Polaroid di una certa Roma che per me è esemplificativa della vita in generale: una città in cui i grandi valori dell’esistenza, le sue conquiste e la sua stessa evoluzione si basano su principi semplici, lineari, chiarissimi. La bellezza da conquistare, il benessere, la macchina di lusso, le vacanze, la casa al mare”, ha detto Castellitto a Vanity Fair. La loro “è una durezza priva di ipocrisia sotto cui si nascondono una vitalità e un vitalismo capaci di costituire una vera alternativa all’esistenza, che nel caso dei miei protagonisti sembra già delineata”. Poldo è in uscita con il suo esordio. Che si intitolerà: Moderni. Anzi: Fossili – in questa revisione forse la migliore sintesi del romanzo, dell’enigma del canguro che forse sta bene così “e non vuole essere cercato” né trovato.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.