Pietro Reichlin, economista specializzato in macroeconomia, economia monetaria, mercati finanziari e ciclo economico, ha insegnato presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e La Sapienza. Di solide fondamenta politico-culturali, figlio di Alfredo Reichlin, colonna del Pci poi entrato nel Pds, e di Luciana Castellina, fondatrice de Il manifesto e anch’essa deputata, è fratello di Lucrezia Reichlin, anch’essa economista. Dal 2005 insegna economia politica alla Luiss dove è anche direttore del centro di ricerca Center for Labor and Economic Growth.

Economia di guerra a basso consumo energetico: che tipo di crisi ci aspetta?
Un periodo di grandi incognite. Già prima della guerra le cose stavano cambiando: l’aumento dei prezzi e la difficoltà ad entrare nella transizione energetica ci avevano già messo davanti a una fase critica. Ora c’è bisogno dello sforzo collettivo di tutti i Paesi europei ad aumentare gli investimenti per renderci indipendenti dal punto di vista energetico.

Transizione energetica ed ecologica energetica: prima erano un’opzione, adesso un obbligo.
Si era capito già prima che bisognava andare in quella direzione. Ma gli esperti sono rimasti a lungo inascoltati, diciamo per questioni di carattere politico che hanno interferito con la logica delle cose.

Per dirla tutta: c’è stata anche un po’ di malafede da parte della politica? La dipendenza dalla Russia si è voluta?
Ci sono stati due fattori. Un eccesso di ottimismo e di fiducia nei confronti di sistemi con i quali si è cercata una partnership – come la Russia e la Cina – e un secondo fatto. La tendenza, la difficoltà soprattutto in Italia a incrementare quegli investimenti che servono poi a rendersi anche più autonomi dal punto di vista energetico. Lo sappiamo, per realizzare delle opere pubbliche in Italia ci vogliono anni e c’è sempre una parte della popolazione restia a qualunque infrastruttura.

Quanto incide, professore, su questa sua giusta osservazione quel mix esplosivo di giungla normativa, burocrazia e giustizia ingessata che ci caratterizza?
Pesa molto. Non giova avere un sistema regolatorio che frena. Anche perché più regole portano a più corruzione, non il contrario. E portano a più litigiosità: siamo il Paese degli eterni ricorsi. Così non si va lontano. Troppe leggi, troppe regole, troppi passaggi di verifica rendono impossibile il ritorno alla crescita.

Il superpotere della magistratura, anzi delle magistrature (fiscali, contabili) pesa sulla crescita?
C’è probabilmente anche questo. Certo, c’è un eccesso di regolazione e probabilmente anche tecnicamente il sistema degli appalti e delle gare non è fatto bene. E siccome tutti sanno che non è fatto bene, vive in un cantiere aperto, continuamente ritoccato. Cambiare le regole in continuazione contribuisce a creare un clima in cui si disincentivano i migliori e si premiano i più scaltri. Semplificare servirebbe dunque a tutto il sistema.

La corruzione aumenta con l’aumento della burocrazia?
Sì, certo. La giungla normativa agevola chi riesce a trovare gli espedienti per aggirare le norme. Invece andrebbero creati percorsi semplici di valutazione capaci di premiare i buoni comportamenti.

E l’economia ristagna mentre l’inflazione galoppa. Andiamo verso l’incubo della stagflazione?
Stiamo purtroppo rientrando in una fase di crisi tipica degli anni Settanta che credevamo superata. Abbiamo cioè una recessione accompagnata da un aumento fortissimo dei prezzi del carburante e dell’energia in generale. Cosa che comporta l’aumento in corsa di tutti i beni di consumo. Bisogna che le politiche economiche siano ben fatte. Aggiungo che l’aumento dei prezzi in questo periodo può essere dovuto anche all’immissione di un eccesso di liquidità, dovuto a diversi fattori tra i quali un’accelerazione dei consumi nel post-Covid appena iniziato.

La soluzione quale può essere? Lo sforamento del debito e quale altra misura di politica monetaria europea?
L’Europa ha difficoltà ad intervenire sul controllo dei prezzi. Ci vuole una grande sintonia di soggetti regolatori diversi. La banca centrale europea in questi anni ha fatto acquisti massicci di debito e dunque adesso ha difficoltà ad intervenire il controllo dei prezzi, ma siamo guidati da buone mani tanto in Italia quanto in Europa. Rimaniamo vigili perché il momento è dei più critici.

Non tornerà l’austerity degli anni Settanta?
La buona notizia è che oggi disponiamo di fonti energetiche molto più diversificate rispetto a quegli anni. E una economia in cui i servizi – che consumano poca corrente – incidono sul Pil molto più delle industrie energivore. Al contrario di quanto accadeva negli anni dell’austerity. Certo, lo dicevo: dipendere tanto dal gas e dal petrolio di Mosca è un grosso problema. Che se vogliamo vedere in chiave positiva, incide sulla spinta, sulla velocità che adesso dobbiamo imprimere alla svolta della transizione energetica.

Dobbiamo scegliere tra la pace e il condizionatore?
Io non l’avrei detta così. Bisogna però convincere l’opinione pubblica che siamo davanti a un momento di svolta strategica complessiva. Un’epoca è finita per sempre. Ora, investire su politiche pubbliche per l’energia e non in quella profusione di bonus tipo quello energetico per il cappotto termico, quello edilizio per rifare le facciate che alla fine interessano solo alcuni proprietari di appartamenti a discapito di chi subisce i costi della crisi e non beneficia di vantaggi diretti.

Parlando di macroeconomia, si parla di politica. Lei diceva: siamo per fortuna in buone mani.
Abbiamo un grande economista alla guida politica del governo, ma è alla guida di una fase di crisi, di un periodo particolarissimo. Penso che dalle prossime elezioni la parola debba tornare alla politica tout-court. Valutando i due governi che lo hanno preceduto, senz’altro mi sento di dire che è stato un grande passo avanti. Soprattutto il primo governo Conte, direi che è stato tra i peggiori della storia repubblicana.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.