Dopo quasi tre mesi di conflitto in Ucraina è naturale chiedersi perché la maggior parte delle democrazie liberali siano coinvolte nello scontro armato fra Russia e Ucraina da parte di quest’ultima. Si possono invocare ragioni morali: come la difesa del debole aggredito dal più forte. Ma vorremmo ragionare qui dal punto di vista considerato da molti il più pertinente, quello che va sotto l’etichetta della Realpolitik. Da questa prospettiva il punto di partenza non può essere altro che quello dell’errore di valutazione fatto dal capo del Cremlino che il 24 febbraio ha fatto entrare l’esercito russo oltre i confini dell’Ucraina pensando di poter rovesciare con la forza il governo di Zelensky e di operare in tal modo un cambio di regime con alla testa un leader filorusso.

I realisti, come Mearsheimer, sostengono di sapere che Putin non avesse programmi così ambiziosi, non è però chiaro quali fossero in realtà. Resta il fatto che l’intervento militare russo sembra tutt’altro che un successo. L’errore purtroppo è stato duplice: sopravvalutazione delle capacità militari dell’esercito russo e sottovalutazione della resistenza da parte dei militari e della popolazione civile, oltre che della straordinaria capacità di comunicazione del presidente attore, che ha avuto un ruolo particolarmente importante nel seguito degli eventi. Diciamo purtroppo, perché sarebbe stato meglio – per lui e per tutti gli altri – che Putin questo errore non lo facesse. Quando una grande potenza fa uno sbaglio grave, gravi sono infatti le conseguenze per essa e non solo. Basterà pensare ai costi che ha pagato l’America a causa della guerra del Vietnam – senza parlare dei morti e delle distruzioni in quel paese.

Se il piano di Putin di una vittoriosa guerra lampo fosse andato in porto non è sicuro che l’Occidente avrebbe reagito. Ma, come sappiamo bene, quel piano è fallito e la richiesta di soccorso da parte del presidente e del popolo ucraino ha trovato risposta. Certo, nessun soldato dei paesi dell’Unione europea o degli Stati Uniti sta combattendo accanto ai soldati di Zelensky, ma questi resistono anche e molto grazie all’aiuto delle armi che le democrazie occidentali (ma anche la Turchia) stanno fornendo all’Ucraina. Prima di provare a rispondere con ragioni di realismo politico sul perché di questo aiuto e della decisione di sanzioni economiche nei confronti della Russia bisogna fermarsi sul tema che da tempo viene sollevato da più parti: trattare una tregua. Peraltro, questa pare essere la richiesta di gran parte della popolazione del nostro paese. Che – come emerge dai sondaggi di Eumetra – è, per almeno la metà (una delle percentuali più alte registrate a livello europeo per questo atteggiamento, fonte Eurobarometro), tendenzialmente contraria all’invio di ulteriori armi all’Ucraina e, in una recente ricerca della Swg, si pronuncia nella sua maggioranza relativa (46%) per la pace immediata, anche concedendo alla Russia tutti i territori ucraini occupati sino a questo momento, oltre al controllo della Crimea.

E tuttavia, pur comprendendo le motivazioni di questa ampia porzione della popolazione del nostro paese – e anche considerando che, dopo tutto questo tempo, il perdurare della guerra e delle notizie quotidiane su quest’ultima ci hanno logorati e stancati – non si può non considerare che, da sempre gli armistizi e anche i semplici cessate il fuoco, prima ancora delle paci, richiedono l’accordo delle due parti del conflitto. Oggi è del tutto evidente per quanto ne sappiamo (contatti segreti possono esistere, ma essendo tali non ne conosciamo l’esistenza) che da parte di Putin non risulta dalle dichiarazioni e dalle scelte effettuate sin qui alcuna volontà di muoversi per ora in questa direzione (e ciò può deludere quell’ampia porzione di italiani – 56%, fonte Swg, con una accentuazione tra gli elettori di Fratelli d’Italia che è, paradossalmente, uno dei partiti più “atlantisti – che invoca un atteggiamento “dialogante” con lui). Lo stesso si rileva da parte di Zelensky neppure, nonostante qualche vaga apertura sulla Crimea. Quest’ultimo spera di allontanare dal suo paese l’esercito russo. Putin non ha evidentemente digerito la disfatta del suo progetto iniziale e cerca una soluzione che non abbia il volto della sconfitta.

Chiunque rifletta con spirito di realismo alla situazione è obbligato a rendersi conto che oggi non esiste ancora una strada aperta per un negoziato fra le due parti del conflitto sul campo. Di tregua si comincerà a trattare, verosimilmente, solo quando i contendenti avranno preso atto del fatto che non c’è una netta vittoria possibile fra le due parti e che i costi connessi con il continuare a combattere sono troppo alti per entrambi – come ha osservato di recente anche il generale Carlo Jean.
Perché anche la guerra stanca. Invocare Merkel, il papa, Erdogan o l’Unione Europea (chi? Macron ha fatto l’impossibile, finora invano) dal punto di vista della Realpolitik non ha alcun senso. Serve a tenere in vita sul tema i talk show televisivi. Ma quali sono le ragioni per i paesi democratici di sostenere la battaglia dell’Ucraina per la sua indipendenza? Non si tratta di buoni sentimenti, come quelli che spinsero due secoli fa Lord Byron e Santorre di Santarosa a morire per l’indipendenza della Grecia. Il soccorso che i paesi occidentali hanno e stanno portando all’Ucraina viene dalla presa di coscienza della realtà che la Russia di Putin non ha accettato le conseguenze della caduta dell’impero sovietico nato alla fine della Seconda guerra mondiale e imploso dopo il collasso del sistema comunista.

Durante gli anni della guerra fredda la cortina di ferro divideva il vecchio continente in due parti, controllate l’una da Stalin e dai suoi eredi, l’altra dagli Stati Uniti, la potenza egemone del mondo occidentale. Con la fine del regime comunista all’est, era nata l’illusione della pace nel continente. Le doux commerce sembrava ormai estendersi a tutto l’orbe terracqueo e la Russia era un sistema politico diverso, ma al tempo stesso un apparente partner per i commerci (soprattutto energetici). Certo i paesi confinanti con la Russia erano inquieti circa questa dottrina dell’appeasement commerciale, ma in Europa occidentale si pensava che esagerassero. Il 24 febbraio scorso la vecchia Europa è stata svegliata bruscamente dal suo sopore. Ci siamo accorti che la Russia metteva in atto ciò a cui non volevamo credere (nonostante l’Abkhazia, l’Ossezia del Sud e la Crimea): la volontà di riprendersi con le buone o con la forza quello che era stato suo, anche contro la volontà dei cittadini del paese che desiderava occupare.

L’Europa si è resa conto che doveva difendersi dalla violenza ed ha deciso di mettere in atto una difesa per procura: difendere la sua esistenza aiutando gli Ucraini a difendersi dalla invasione russa. Gli Stati Uniti, che restano la maggiore potenza militare dell’Occidente, hanno sostenuto questo sforzo, non perché si sentano particolarmente minacciati come da tempo i paesi baltici ed ora anche i pacifici paesi scandinavi che chiedono di entrare nella NATO (in coma prima degli errori di Putin), ma perché sono una superpotenza che non accetta il rafforzarsi di un’altra superpotenza. Questa è semplice Realpolitik. Sconfiggere la Russia è una espressione che non ha senso – fa parte della retorica politica, come le atomiche che minacciano a Mosca – ciò che i realisti non sembrano capire. Si può solo sperare di impedire che l’esercito invasore riesca ad avanzare per convincerlo a sedersi ad un tavolo. Da questo punto di vista, ci sembra che non aiutare, anche militarmente, l’Ucraina – malgrado questo sia, come abbiamo detto, l’auspicio di una parte consistente della popolazione italiana – significhi in questo momento frenare di fatto il possibile processo di pace o in qualche modo trasformare quest’ultima in una sorta di accettazione della occupazione del paese dalla parte dei soldati di Putin e, di conseguenza, delle sue mire espansive. La pace sarebbe allora la nostra sconfitta e non solo quella dell’Ucraina.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino