Case popolari tra Pianura, Soccavo e Chiaiano; lo sviluppo delle linee 1 e 6 della metropolitana; la realizzazione di fogne e impianti di compostaggio: sono solo alcuni dei progetti che il Comune di Napoli ha chiesto di finanziare con le risorse messe a disposizione dall’Europa attraverso il Recovery Fund.

A una settimana dalla presentazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), però, della sorte di quelle proposte non si ha notizia. Tanto che ieri è stato il sindaco Luigi de Magistris a chiedere lumi a proposito, sottolineando come la stessa Unione europea abbia già invitato gli Stati membri a indicare i progetti che saranno finanziati. Anche perché il governo Draghi ha trasmesso il Pnrr a Bruxelles entro il 30 aprile per incassare la prima tranche da 24 miliardi di euro entro luglio, dunque per non attendere fino a settembre. E allora ecco il primo paradosso: tra due mesi arriveranno le risorse e il Comune di Napoli ancora non sa se e quali opere saranno finanziate. Stesso discorso per la Città metropolitana, che ha presentato un piano da 227 milioni nel quale spiccano l’efficientamento energetico del ciclo dei rifiuti e la valorizzazione di siti come la Reggia di Portici, e per la Regione, che tra i 30 interventi strategici ha inserito l’integrazione dei collegamenti tra i porti di Napoli, Salerno e Castellammare oltre che il rilancio di Città della Scienza e la nuova connessione tra la Tav di Afragola e la metropolitana del capoluogo.

A Napoli, poi, c’è un ulteriore paradosso. Nonostante il Recovery Fund sia unanimemente riconosciuto come l’ultima occasione che la città ha per recuperare il ritardo rispetto alle metropoli del Nord, il dibattito sulle risorse e sulle strategie per utilizzarle si è rivelato assai limitato. Soltanto Antonio Bassolino, uno dei tre candidati a sindaco finora in campo, ha sollevato il problema e lanciato qualche proposta. I competitor “effettivi” sono rimasti in silenzio, mentre quelli “virtuali” (cioè quelli delle due principali coalizioni, il centrodestra e il centrosinistra allargato al Movimento 5 Stelle) erano e sono ancora troppo impegnati nel tessere la tela delle alleanze. E questo rappresenta un grande vulnus perché, se i candidati di ciascuna forza politica si fossero palesati e avessero stimolato un confronto ampio e costruttivo sul Pnrr, Napoli avrebbe goduto di maggiori autorevolezza e “peso specifico”: la buona riuscita di un’iniziativa, d’altronde, dipende anche dal livello di partecipazione e dal sostegno dell’opinione pubblica.

Così non è andata e adesso – paradosso nel paradosso – è un sindaco non ricandidabile e quasi completamente assorbito dalla campagna elettorale in Calabria a sollecitare una risposta alle proposte formulate dal territorio. Insomma, alla gestione verticistica del Pnrr, impostata dal governo Conte prima e dall’esecutivo Draghi poi, si aggiungono il sostanziale disinteresse di alcuni dei principali attori della scena politica napoletana, l’evidente scetticismo di gran parte dell’opinione pubblica, l’incapacità dei partiti di spostare la discussione sui temi strategici mettendo momentaneamente da parte i tatticismi e l’eterno risiko delle alleanze. Sono tutti limiti che rischiano di pregiudicare l’esito positivo di un’iniziativa di rilancio alimentata con un numero di miliardi mai visto prima. Qualcuno, tra gli esponenti politici e gli opinion leader cittadini, se ne accorgerà? Speriamo, non è mai troppo tardi.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.