Il 20 aprile del 1979 sono stata arrestata, in un ufficio della Procura della Repubblica di Milano che frequentavo ogni giorno come cronista giudiziaria, da oltre sette anni. Ero arrivata al Palazzo di giustizia in quei primi anni Settanta, sulla scia di inchieste giudiziarie famose – la strage di piazza Fontana, la morte di Pinelli e poi l’uccisione del commissario Calabresi – senza conoscere nessuno. In realtà un vecchio amico l’avevo, in quel luogo per me misterioso e un po’ inquietante, il pubblico ministero Giuliano Turone, quello che scoprì con Gherardo Colombo la Loggia P2. Con Giuliano eravamo stati amici ai tempi del liceo, famiglie borghesi, socialista la sua, liberale la mia. Poi ci eravamo ritrovati a suonare insieme la chitarra, a cantare Contessa in pieno Sessantotto. E ora eccoci lì, pochi anni dopo, lui magistrato e io giornalista al manifesto. Così fu lui a presentarmi ai miei colleghi e inconsapevolmente a farmi diventare cronista giudiziaria. Un mestiere che, con qualche interruzione, ho svolto per una ventina d’anni. Fino a quel fatidico 1992, quando a Milano arrivò Di Pietro e io andai a Roma, al Parlamento.

La sala stampa è al terzo piano del palazzo costruito dall’architetto Piacentini negli anni Trenta. Quello che imparai subito era che, nella costruzione perfettamente simmetrica, se andavi da una parte eri diretto al bar, se andavi dall’altra, salivi al quarto e andavi in procura. Ogni giorno il rapporto di noi cronisti con i pubblici ministeri era un vero corpo a corpo per carpire le notizie. Oggi può sembrare incredibile, ma i magistrati non si facevano intervistare, le conferenze stampa erano rarissime e non si passavano carte ai giornalisti. Noi cronisti giudiziari facevamo “il giro” più volte nel corso della mattinata. I magistrati più gettonati erano quelli che conducevano le indagini su piazza Fontana, i pm Gigi Fiasconaro ed Emilio Alessandrini e il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio. Zio Gerry, lo chiamavamo, dopo che avevano preso confidenza. Confidenza, ma rispetto reciproco. Per moltissimi anni ci siamo dati del lei. Se qualche prematuro trojan avesse captato le nostre conversazioni, anche quelle a due, mai avrebbe scoperto che il magistrato desse un indirizzo al giornalista o che venisse commentato qualche articolo di stampa.

I cronisti giudiziari dell’epoca, e anche il gruppo di inviati che erano arrivati da tutta Italia per piazza Fontana, Valpreda e Pinelli, così come in seguito per Calabresi, erano più che altro impegnati a seguite le “piste”. Eravamo sostanzialmente giornalisti investigativi, senza saperlo e senza definirci tali. Di ogni inchiesta si mettevano sempre a confronto le versioni ufficiali del questore o del magistrato con qualche indagine parallela svolta da qualcuno di noi. Le giornate intere a palazzo di giustizia, le serate davanti al carcere di San Vittore se c’era qualche interrogatorio, oppure in questura. Una volta in cui il giudice D’Ambrosio, rispondendo a una domanda si lasciò scappare che su piazza Fontana se di destra era il mandante, di destra era anche l’esecutore (mentre l’anarchico Valpreda era in carcere), scoppiò il putiferio. Per quel virgolettato un po’ carpito a un magistrato. Non si faceva. Il Corriere della sera andava spesso per conto proprio, con due cronisti, uno dei quali ebbe in seguito qualche fastidio e infine l’allontanamento per rapporti troppo stretti con qualche colonnello dei carabinieri.
Fu inevitabile dopo un po’ che diventassimo tutti amici, magistrati, avvocati e giornalisti. Passavamo intere giornate insieme, eravamo giovani e credevamo nella giustizia. Imboccando a volte anche la pista sbagliata. Come quella su Giovanni Nardi e un presunto traffico di armi alla base dell’omicidio del commissario Calabresi.

Mi ci ero buttata a capofitto, finché un giorno Rossana Rossanda mi chiamò a Roma, mi bisbigliò qualcosa all’orecchio e mi disse di lasciare perdere. Chiesi di non occuparmene più e di essere sostituita su quel servizio, anche se nel corso degli anni ho sempre denunciato il fatto che Sofri, Bompressi e Pietrostefani fossero stati condannati in un processo indiziario, basato solo sulla parola del pentito Marino.
Il termine “pentito” è nato proprio in quegli anni a Milano, sulla bocca di un avvocato molto credente che così definiva un suo assistito che aveva fatto un bel disastro con il sequestro di persona di un suo amico e la morte accidentale del sequestrato perché gli avevano premuto con troppa forza sul viso il tampone di cloroformio. «È molto pentito», continuava a dire l’avvocato. Ma fu un caso molto particolare. Con il terrorismo e gli omicidi il termine andò a indicare coloro che, una volta arrestati, tradivano i propri amici e complici e finivano in breve tempo scarcerati. I più famosi in quegli anni furono Marco Barbone e Marco Morandini, gli assassini di Walter Tobagi. L’inchiesta era stata condotta dal pubblico ministero Armando Spataro, che non aveva fatto fatica e convincere due rampolli di buona famiglia della sinistra milanese a badare al proprio interesse.

Ci furono varie rotture, in quegli anni. Le leggi speciali, prima di tutto. E poi l’uso del pentitismo e dei reati associativi, con i quali venivano mescolati terrorismo e sovversione, fatti di sangue e piccole cospirazioni. Le prove generali della degenerazione del processo in Italia furono fatte lì, su quei ragazzi e su quei fatti. L’articolo 270 del codice penale, associazione sovversiva, divenne criminogeno moltiplicatore di una catena di violenza-repressione-violenza che pareva non finire mai. Fu in quegli anni che io venni arrestata, proprio a causa delle mie amicizie con alcuni pubblici ministeri, in riferimento a una cena che si era svolta un anno prima. La serata era stata organizzata a casa del pubblico ministero Antonio Bevere e della sua fidanzata Maria Rosa. Erano invitate altre tre coppie: Emilio Alessandrini e la moglie Paola, il professor Toni Negri e la consorte Paola e io con mio marito Stefano, giornalista dell’Ansa. Era il 1978, erano i giorni del rapimento Moro, e di quello si parlò a tavola. La ricordo ancora come una serata noiosa, dominata dai toni un po’ comizianti di Toni Negri, che era amico di Bevere in quanto collaboratore della rivista Critica del diritto che lui dirigeva. Alessandrini ci teneva a conoscerlo, un po’ per curiosità intellettuale, un po’ perché cominciava a svolgere le prime inchieste su certi ambienti di sinistra che riteneva contigui al mondo di Potere Operaio e dell’Autonomia.

Un anno dopo i protagonisti di quella cena ebbero sorti sciagurate. Alessandrini fu ucciso da Prima linea, Toni Negri arrestato nel processo “7 aprile”, Bevere e Maria Rosa indagati e Stefano e io arrestati, tutti per falsa testimonianza. Un impazzimento generale della magistratura colpì quell’evento innocente. Paola Alessandrini, sconvolta dal dolore per l’uccisione del marito, sosteneva che io e Stefano non eravamo presenti alla cena, Spataro pensava che quella serata fosse stata la preparazione della bara di Emilio, orchestrata da Bevere e Negri. E che noi due giornalisti avessimo inventato di esser stati presenti per aiutare i nostri amici. Tutti assassini o complici di assassini, quindi. E pensare che l’uccisione del mio amico Emilio mi era costata anche la rottura con tanti amici e compagni che consideravo troppo vicini a quel mondo e che non avevo voluto vedere più.

Ma la morte di Alessandrini e quel che ne è seguito hanno segnato anche la mia rottura con quegli uffici del quarto piano del Palazzo di giustizia di Milano. Perché il giornalista non può essere amico del pubblico ministero. E io non lo sono stata più. Negli anni che seguirono i miei colleghi lo saranno anche troppo, in modo diverso e, secondo me, molto più pericoloso.

P.S. Sono stata scarcerata dopo due giorni con tante scuse.

(2-continua)

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.