La matassa del cosiddetto “centro” di cui tutti parlano ma ancora non esiste, comincia a definirsi. Negandosi. Carlo Calenda, uno dei possibili protagonisti di questo spazio politico, decide infatti di fare le sue mosse. Di farle da solo. Anche se offre la “sua” Azione nelle vesti di “polo aggregatore” in chiave europeista che sappia «andare oltre la frattura bipolarista degli ultimi trent’anni che ha bloccato il paese e abbia un’agenda sui fatti e con poca, anzi nulla ideologia». Ben venga chi ci sta: Italia viva e +Europa «con cui abbiamo fatto un ottimo lavoro fruttuoso, sinergico e positivo nella campagna per Roma».

Benvenuti anche Letta e Forza Italia. Chiunque ha capito «quello che è successo con la lista Calenda sindaco e cosa significa quel 20% di voti: circa metà preveniva dall’area del centrosinistra, l’altra metà dall’area di centrodestra o non era collocata». Da qui il teorema Calenda: «Dopo la pandemia la politica si divide sui fatti e non più sui campi tradizionali destra e sinistra». Quel voto ha dato un segnale forte e chiaro: «Ha sconfitto populisti e sovranisti, chi chiede i tamponi gratis e vuole impegnare spesa pubblica per il reddito di cittadinanza e Quota 100». Tutto chiaro. Anche il fatto che a domanda diretta Calenda risponde: «Io non voglio rifare il centro, non so cosa sia, mi viene l’orticaria. Così come non so cosa siano i moderati, io sono tutto tranne che moderato».

Dunque, per definire questa nuova area politica occorre come minimo cambiare lessico. E probabilmente regole. E partire «con la fase 2 di Azione». Calenda non aspetta più. Ieri mattina ha prenotato la Stampa estera e ha lanciato il nuovo simbolo del polo aggregatore di cui però l’unico titolare è lui Carlo Calenda. Benvenuti a tutti, “Renzi, Letta, Carfagna” ma nel ruolo di gregari. La grafica del nuovo simbolo è lineare, pulita, la freccia dentro la A, la vera novità sta nei colori che dal blu transitano sul verde perché è la transizione ambientale una delle scommesse più difficili del Pnrr. Da un po’ di tempo i leader di partito – ad esempio Giuseppe Conte – amano andare nella sede della Stampa estera in via dell’Umiltà. Quasi che la sala stampa di Camera o Senato non fossero all’altezza del lancio di un nuovo soggetto politico. Quasi che fosse più importante presentarsi ai giornalisti stranieri – in realtà non così numerosi – anziché nazionali.

“Azione” parte per la fase 2. In Campidoglio resterà all’opposizione (Calenda non siederà in consiglio comunale perché «non posso fare bene tre cose, europarlarmentare, segretario di Azione e consigliere comunale») e inizia il tour in Italia. Comincia dal Veneto, il suo collegio, e toccherà tutte le regioni con l’obiettivo di strutturare un po’ ovunque «squadre di competenti come quella che ha così bene lavorato su Roma in questo ultimo anno». Il primo obiettivo- e anche il primo test – saranno già le prossime amministrative. Ma il vero test saranno le politiche del 2023 quando la lista Azione «spero raggiunga il 10%». Domanda: chi sarà il candidato premier? «Mario Draghi, ovviamente» risponde secco l’eurodeputato, «è chiaro che noi dobbiamo proseguire con Draghi dopo Draghi».

Un punto questo, sicuramente condiviso con Italia viva e anche un pezzo di Pd, tutti convinti che il lavoro iniziato con i 220 miliardi del Next generation Eu e i progetti del Pnrr non possa chiudersi nel 2023 e che dopo il 2023 non si possa ricominciare come prima, «con i ricatti e con lo stallo, con le decisioni che non decidono e gli accordi che rinviano». Il Pnrr, ad esempio, è , secondo Calenda, a rischio soprattutto per Infrastrutture, Digitale e Ambiente (su cui ieri mattina è stato presentato un documentatissimo report di 120 pagine che spiega come fare la Transizione ecologica e quanto costa, il cosiddetto “Foglio del come fare le cose”). Una difficoltà figlia non certo dell’incapacità dei ministri ma dell’assoluta «inadeguatezza degli enti locali, a cominciare dalle Regioni che hanno preteso di essere al tavolo del Pnrr ma che stanno dimostrando di non essere in grado di gestire i progetti».

Calenda ha soluzioni radicali. Come fare la vera semplificazione? «Il governo deve commissariare le regioni che non rispettano il cronoprogramma». Così come «l’Anac è un ente inutile» e va ribaltato l’approccio per cui «facciamo 50 norme anticorruzione per favorire la corruzione». Un rottamatore post litteram, il segretario di Azione, che chiede a Letta e a Forza Italia di «spezzare le catene della dipendenza da un bipolarismo che in questi trent’anni ha saputo cercare consenso solo attaccando l’altra metà campo e rinunciando però a dire perché stavano insieme in questa metà campo». Per spezzare quel bipolarismo, schema vecchio e superato, serve «una legge elettorale di tipo proporzionale con sbarramento al 5%». E al Quirinale è bene che vada Paolo Gentiloni «che conosce bene l’Europa, il Pnrr e non deve ricominciare da capo”.

Ha certamente il dono della chiarezza Calenda. Ma non è chiaro chi si voglia a mettere in viaggio con lui. Letta, «il cui Ulivo 4.0 è come guardare la politica dal retrovisore», continua a lavorare per «allargare il campo» dai 5 Stelle a Calenda e Renzi per l’appunto. Su Italia viva Calenda ha avuto parole di miele. In conferenza stampa. Meno ai microfoni di La7 dove ha detto: «Matteo Renzi non vuole fare niente con nessuno». Gli ha risposto Roberto Giachetti che di Iv è un fondatore: «L’ottimo risultato di Roma è figlio innanzitutto di un messaggio di inclusione, prospettiva e speranza. E di lavoro comune. Usarlo come una clava per farsi largo e al contempo disfarsi di chi non ritieni più utile, non è solo politicamente miope ma umanamente davvero triste». Anche su Forza Italia Calenda non ha usato il guanto di velluto. «Meloni, Salvini e chi in Forza Italia fa credere a Berlusconi che può salire al Quirinale, lo sta prendendo in giro». Da Forza Italia non ci sono rimasti bene: «Il segretario di Azione porti rispetto a Berlusconi…». Il viaggio di Azione è iniziato.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.