Viene in mente la raccolta di racconti di Italo Calvino, Gli amori impossibili. In questo caso l’amore tra Pd e Cinque stelle: tanto evocato, cercato, voluto, ma poi succede sempre qualcosa che fa pensare più che a un’alleanza a una separazione. Quando c’è uno, non c’è l’altro. Quando l’altro si rende disponibile, l’uno è impelagato in qualche vicenda personale. Così il giorno dopo la vittoria del centrosinistra alle amministrative sembra di leggere il bollettino di una schizofrenia. Il Pd che non vuole tagliare fuori dal podio il presunto alleato, il presunto alleato che si sta leccando le ferite, dopo aver appurato di essere sparito dalla scena nazionale. «I vostri alleati 5 stelle sono in caduta libera, ma non li volete abbandonare…» chiede sul Corriere della sera Maria Tersa Meli a Goffredo Bettini, il deus ex machina del rapporto tra dem e movimento. «Caduta libera? Non lo so – risponde Bettini -. I sondaggi nazionali non dicono questo.

Il movimento 5 stelle rappresenta un elettorato tradizionalmente diffidente rispetto al cosiddetto palazzo. Se dovesse crollare molti suoi sostenitori ripiegherebbero su posizioni radicali, improduttive e marginali. Altri guai per la tenuta democratica. Conte è all’inizio del suo lavoro, va incoraggiato. Il suo impegno e la sua propensione unitaria sono indispensabili per rafforzare l’alleanza di progresso». Risposta a distanza di Conte: «A Roma, Torino e Trieste il movimento 5 stelle sarà all’opposizione, anche se lavoreremo in modo costruttivo». Letta insiste nel mantenere vivo il filo che unisce i giallorossi, anche perché – dicono i più cattivi – avrebbero già pronto un accordo con dentro pure Leu che prevede le elezioni anticipate. Ma i problemi, dopo l’esito delle urne, sono aumentati. La vittoria dem è stata conquistata in città chiave come Roma e Torino a discapito proprio dei Cinque stelle, e quando Gualtieri, nel primo discorso da primo cittadino, ha ringraziato Virginia Raggi per l’impegno profuso, si è beccato i fischi della platea che, dopo l’inferno della giunta pentastellata, non vuole proprio sentir parlare dell’avvocata dello studio Previti e oggi dirigente nazionale del nuovo corso contiano.

Lo Russo a Torino ha vinto contro i Cinque stelle. E all’inizio rischiava di non essere candidato proprio per questa ragione, ma proprio per questa ragione – il suo essere visceralmente anti grillino – ha vinto contro lo stra favorito della vigilia Damilano. A Napoli, dove Conte e Di Maio si sono precipitati a festeggiare Manfredi, se i Cinque stelle non avessero fatto parte della colazione, il centrosinistra avrebbe vinto lo stesso. E, dulcis in fundo, a Milano nel trionfo di Sala i Cinque stelle non sono proprio pervenuti. E Trieste? Si starà chiedendo qualcuno… Beh, a Trieste, dove Conte promette un’opposizione costruttiva, i Cinque stelle sono crollati (3,42), superati dalla lista no vax (4,51) con cui fino all’altro ieri i grillini andavano a braccetto e chissà se non torneranno a farlo…

La sconfitta del centrodestra dovrebbe indicare la strada opposta rispetto a fragili alleanze: se Salvini e Meloni hanno perso è anche perché i loro messaggi sono stati contraddittori, confusi, spesso contrapposti, in particolare rispetto al sostegno del governo Draghi. L’elettore non si riconosce in una coalizione litigiosa e composita e chiede unità. La risposta del Pd non può essere quella di imbarcare un movimento in crisi di identità che nelle città principali andrà contro i sindaci dem. Ma qui siamo al discorso tattico. Dal punto di vista strategico, di visione, l’alleanza tra Pd e Cinque stelle appare ancora più difettosa. Lo si capisce dalle parole di Bettini. C’è l’illusione di riconquistare il voto dell’astensione o di incanalare la rabbia dei cittadini, stringendo il rapporto con chi fino all’altro ieri li rappresentava e ora non lo fa più.

Una scorciatoia, che impedisce di comprendere due fattori fondamentali: le periferie (quelle geografiche, politiche e culturali) si riconquistano riattivando i processi decisionali, dando nuova linfa alla democrazia, scommettendo su scuola, cultura, lavoro, diritti. L’altro fattore riguarda la comprensione degli ultimi dieci anni di vita politica, devastata da sovranismi e populismi. Chiudere con quella stagione è fondamentale per ricostruire anche il valore della politica. Ma chiudere non significa stringere un patto coi Cinque stelle, significa all’opposto dire basta a quella cultura politica. Mettere un punto fermo dicendo: mai più populismi, costi quel che costi.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica