Certo, il centrodestra di Catello Maresca non ha raggiunto nemmeno il 22% dei voti. Per non parlare di Antonio Bassolino e di Alessandra Clemente, fermatisi rispettivamente a meno del 9 e del 6. Ma per Claudio Velardi, giornalista con un passato da assessore regionale e da capo-staff dell’ex premier Massimo D’Alema, la vera sconfitta delle comunali napoletane è lei: l’élite cittadina, cioè quel ceto di intellettuali, imprenditori e cronisti «incapaci di svolgere un ruolo di apripista verso il futuro».

Così Velardi commenta il responso delle urne, che ha sancito il trionfo di Gaetano Manfredi, e lo studio condotto dall’Istituto Cattaneo, che ha evidenziato alcuni “smottamenti di voti” meritevoli di una riflessione. Un esempio? Mentre Manfredi ha fatto registrare percentuali di consenso bulgare in tutti i quartieri, nelle periferie il centrodestra ha recuperato qualche consenso e l’ha fatto a discapito di un’icona della sinistra come Bassolino e di un’amministratrice uscente come Clemente. «Sono stato il primo a parlare di Antonio come di una bolla mediatica che, come tale, ha funzionato più nei quartieri bene che in quelli disagiati, salvo poi sgonfiarsi – ricorda Velardi – Tutti hanno puntato su di lui, ma ora sembra che non ci sia nessuno disposto a fare autocritica». Per “tutti” il giornalista intende gli intellettuali, «sempre più distanti dalla città, gli imprenditori, «che si sono offesi quando Manfredi ha disertato il dibattito organizzato dagli Industriali senza capire che il neo-sindaco era impegnato a parlare con la gente nelle strade», e i giornali, «che hanno usato Bassolino per vivacizzare la campagna elettorale». Tutti smentiti dal responso delle urne: «Il voto ha sconquassato l’élite cittadina e dimostrato che gli elettori hanno preferito affidarsi a Manfredi come a Draghi, cioè a una personalità al di sopra della mancanza di visione che caratterizza la politica cittadina».

Tra gli sconfitti, però, non ci sono soltanto intellettuali, giornalisti e imprenditori. Il dossier elaborato dall’Istituto Cattaneo dimostra come Manfredi abbia incassato anche una parte di voti della Lega. Segno che, dopo l’esclusione di quattro liste della coalizione di centrodestra, alcuni militanti non sono rimasti fedeli a Maresca né hanno ripiegato su Bassolino o Clemente. «Quando si vince col 62%, i voti arrivano necessariamente anche dallo schieramento opposto – prosegue Velardi – Manfredi ha saputo catalizzare il consenso degli elettori, ma ciò non toglie che il 12% del Pd e il 10 scarso del M5S rappresentano risultati deludenti. Avendo un minimo di classe dirigente in città, tuttavia, il centrosinistra è riuscito a piazzare il sindaco». E il patto tra Pd e M5S? «È stato solo l’alibi – osserva Velardi – che l’élite ha usato per non sostenere Manfredi, ma non c’è dubbio che quell’accordo sia privo di sostanza politica anche perché il M5S è praticamente finito».

Il dramma vero è quello di chi, a Napoli come in gran parte della Campania, non ha più uno straccio di classe dirigente e non da ieri. «È quello il problema della destra – aggiunge il giornalista napoletano – e, nello stesso tempo, il motivo per il quale la sinistra governa Napoli da decenni. La destra è maggioritaria in città e nel Paese, ma senza una classe dirigente non andrà mai molto lontano». Ora gli occhi sono puntati sulla prossima giunta Manfredi: «Speriamo che sia di alto profilo – conclude Velardi – Per Napoli è di vitale importanza».

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Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.