C’è poco da fare, tenere insieme il Nord e il Sud dell’Italia è una missione quasi impossibile. Ne sanno qualcosa quei partiti che sfondano nelle regioni settentrionali e non al Mezzogiorno (vedi la Lega) oppure viceversa (vedi il Movimento 5 Stelle). Questa difficoltà sembra comune anche agli imprenditori, stando a quanto emerge dalle recenti dichiarazioni di Carlo Bonomi, presidente nazionale di Confindustria, e di Maurizio Manfellotto, numero uno degli industriali napoletani. Del primo è ben nota l’avversione per il “Sussidistan”, cioè quella giungla di bonus, sussidi e denaro a pioggia in cui l’Italia rischia di trasformarsi, a cominciare dal Sud. Il secondo ha appena presentato programma e squadra di governo, chiarendo come il rilancio del Mezzogiorno costituisca «un pilastro fondamentale per la crescita dell’intero Paese».

Il dualismo sembra evidente e richiama alla memoria le dinamiche interne a molti partiti. Prendiamo il caso della Lega: vuoi per la mancanza di una classe dirigente già solida e strutturata, vuoi per le origini antimeridionaliste, alle ultime regionali il partito di Salvini ha registrato una battuta d’arresto al Sud. Segno della difficoltà di accreditarsi come forza politica nazionale con un programma nazionale. Ma la Lega non è l’unica compagine a vivere una simile contraddizione. Il M5S, per esempio, riscuote più consensi al Sud che non al Nord. E lo stesso Partito democratico, al suo interno, accoglie diverse declinazioni del regionalismo. Anche Confindustria sembra trovare difficoltà nell’individuare una strategia condivisa. L’obiettivo sembrava più alla portata quando al vertice dell’associazione c’erano meridionali come Antonio D’Amato e Vincenzo Boccia e, soprattutto, quando il Covid non aveva ancora messo in crisi l’economia. Ora che il gruppo degli industriali è a trazione nordista, le divergenze sembrano esplodere soprattutto su alcuni temi.

Il primo? Gli aiuti dello Stato. Bonomi, per esempio, è contrario ai bonus a pioggia. Questa avversione non si percepisce nel programma presentato da Manfellotto, dove manca il rifiuto degli aiuti statali e si ribadisce l’importanza tanto della riserva di spesa del 34% a favore del Mezzogiorno quanto delle risorse straordinarie messe a disposizione dall’Europa tramite il Recovery Fund. Altro tema cruciale è quello della legalità. In occasione dell’assemblea degli industriali di Cremona, Bonomi è stato chiaro: «Se non si risolve il tema della legalità, non arriveranno gli investimenti al Sud». Nel merito, l’affermazione è discutibile perché dà l’idea che le infiltrazioni criminali nell’economia affliggano solo il Mezzogiorno e non anche il Nord; in più, il problema dell’illegalità si supera proprio attraverso gli investimenti, cioè creando occasioni di lavoro e di sviluppo, non solo assecondando le spinte repressive.

Al netto di queste considerazioni, però, è singolare il fatto che Manfellotto, nel testo di presentazione del suo programma, citi solo incidentalmente il tema della legalità, limitandosi a sottolineare l’urgenza di riforme che garantiscano la trasparenza degli appalti pubblici e contrastino l’evasione fiscale. Insomma, le contraddizioni sono evidenti e rischiano, oltre che di screditare la comunità economica, di ostacolare la definizione di una politica nazionale che tuteli il Nord, pur sempre locomotiva del Paese, e nello stesso tempo dia una spinta forte al Sud, senza l’apporto del quale l’Italia intera resterà ferma al palo. E questo nessuno se lo può permettere.